LETTERA DI UNA PSICOLOGA IN VACANZA

Anzi, non ancora in vacanza, ma per noi psicologi e i nostri pazienti, la formula “pausa estiva” inizia a far parte delle sedute già qualche tempo prima della stretta di mano nell’ultima seduta di luglio. Ne parliamo. La immaginiamo. Ci prepariamo. 
Da un lato, delle vacanze e di staccare la spina, noi psicologi ne abbiamo estremo bisogno. Sì, perché ogni lavoro ha i suoi pesi e le sue fatiche, e fra questi rientra anche il nostro, un lavoro in cui non c’è un “banale” e semplice ascolto, ma molto di più e molto oltre. 
Le vacanze sono sempre e comunque un momento fondamentale anche per il paziente che si sperimenta “da solo”, senza la seduta di routine dallo psicologo. Cammina con le sue gambe, non ha più quel suo spazio prezioso di riflessione settimanale ma, nonostante questo, spesso il paziente si rende conto di non essere “da solo” in quelle settimane estive, ma di rimanere in una sorta dialogo costante con il proprio terapeuta, tanto da domandarsi, nei possibili momenti di difficoltà: “Chissà che cosa mi direbbe la mia psicologa in questo momento!”. 
E così si lavora, anche nella distanza. Anche nella mancanza. 
Già. MANCANZA. 
Mancanza dello psicologo da parte del paziente. Perché, che siano 3, 6 o 9, le settimane di vacanza del terapeuta, queste possono spaventare tantissimo perché si mescolano alle sensazioni di abbandono, di essere lasciati “soli”, spesso in situazioni davvero difficili, angoscianti e dolorose. 
E cari i miei pazienti, devo dirvelo: quanto vi penserò! Quanto vi porterò nella mia mente, nei momenti di silenzio, in riva al mare, sotto l’ombrellone. 
Nella mente ci sarete e verrete tenuti come in un abbraccio senza confini, anche a distanza di chilometri. Un flash. Un volto. 
Anche io come psicologa, penserò: “Chissà Matteo/Luisa/Gioia/Claudio/ecc, come stanno vivendo questo momento”, ricordandomi i loro interrogativi rispetto a situazioni specifiche che avverranno in questo periodo di distacco e di cui tanto abbiamo parlato nel corso delle nostre sedute. 
Chissà. 
Chissà come stai. 
Chissà come state. 
E chissà come ci ritroveremo a fine agosto, a settembre, dentro quello studio che è casa mia, ma anche casa vostra. 
Il Nostro spazio. 
Speciale. Unico. 
Manca ancora qualche giorno al saluto pre-pausa estiva con tutti voi, ma già la mia mente e la vostra si stanno preparando. 
Buona estate a voi. A me. 
Buone esperienze. 
Buoni passi, nella distanza fisica ma allo stesso tempo nella vicinanza profonda. 

Dr.ssa Ilaria Cadorin, psicologa

© DR.SSA ILARIA CADORIN

Psicologa n°9570 Albo Psicologi del Veneto

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TI BASTI TU
L’ARTE DI

L’ARTE DI FARSI I C… GLI AFFARI PROPRI.

Ovvero: come vivere e far vivere gli altri felici

Non ti curar di loro, ma guarda e passa.
Dante Alighieri, Divina Commedia

Come psicologa, potete ben immaginare che il mio lavoro mi porti inevitabilmente ad ascoltare un gran numero di persone, e ad “occuparmi”, con loro, di riflettere sul loro vivere.

Nel mio tempo libero, vale a dire nel momento in cui chiudo a chiave la porta dello studio, grazie alla psicoterapia e alla formazione personale, ho imparato a liberare la mente dalle singole tante situazioni, spesso molto complesse ed estremamente dolorose, per occuparmi delle mie, di cose, delle mie relazioni, delle mie situazioni, personali, familiari e mi riesce davvero molto difficile riconoscere ed accettare che il mondo sia pieno zeppo di persone che hanno tempo ed energie da dedicare per guardare, commentare, giudicare, la vita degli altri.

Come mai le persone amano chiacchierare sulla vita degli altri? Perché è così interessante quello che fanno gli altri, i problemi degli altri, le scelte degli altri?

Partiamo dal presupposto che queste persone evidentemente, nella maggior parte dei casi, hanno pochissima consapevolezza di sé e della propria vita. Perché dico questo? Perché se avessero consapevolezza della loro vita, vi assicuro che non avrebbero proprio il tempo e lo spazio mentale per occuparsi degli affari altrui… abbiamo così tanto da fare nel nostro giardinetto che se avessimo tempo in più, ancora non ci basterebbe per risolvere e sistemare le nostre cose!

Allora qui scatta un’altra domanda: se diamo per scontato che nessuno di noi può essere e considerarsi “risolto” a tal punto da poter giudicare e correggere gli altri, perché questo viene fatto?

Ed ecco che entrano in campo due potentissimi meccanismi psicologici: la negazione e la proiezione.

I meccanismi appena citati sono dinamiche che il nostro inconscio mette in atto per difendersi da contenuti ritenuti non accettabili. E cosa c’è di più difficile da accettare per la nostra mente? Lo sporco! Il nostro sporco, le cose che in noi non vanno, che facciamo fatica a digerire, anzi, che ancor prima di digerire, facciamo fatica a vedere. La nostra mente vorrebbe evitare a tutti i costi quello sporco. Vuole scappare. Non vederlo. NEGARLO. Ma l’inconscio non può semplicemente cancellare ciò che in noi non va, magari fosse sempre così facile!

Allora interviene la PROIEZIONE, ovvero lo spostamento di quello sporco sugli altri… così gli altri diventano criticabili, accusabili, giudicabili, in modo tale che il nostro inconscio abbia l’illusione di non aver a che fare con quello sporco ma che sia tutta “roba” degli altri….

Peccato però che alla fine queste persone non siano comunque felici.

Da un lato logorano l’anima a chi giudicano, dall’altro sono sempre sul piede di guerra, accanite, aggrappate ai giudizi, al parlare e pensare male degli altri. Che vita triste!

Quindi, se hai a che fare con persone che parlano e sparlano degli altri, tieni a mente queste parole chiave: negazione e proiezione. Fai un bel respiro, cerca di tapparti le orecchie, chiudi gli occhi… e passa oltre!

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L’ARTE DI

L’ARTE DI ACCONTENTARSI

… ma è davvero possibile?

«Dottoressa, è possibile “accontentarsi”?»

A volte capita, che sia per caso o sincronia (considerando l’ottica junghiana), che in alcune mie settimane lavorative, di colloqui e di sedute con i pazienti, ci siano delle tematiche comuni nelle parole e nei racconti dei miei pazienti, tematiche che sembrano avere un fil rouge nelle storie di decine di persone diverse fra loro.

Questa settimana appena trascorsa, sembra aver avuto come tema di sfondo quello relativo ad una domanda:

Ci si può accontentare?

Ci si può accontentare di un certo tipo di lavoro, di ambiente lavorativo, o di clima con colleghi/datori di lavoro?

Ci si può accontentare di un rapporto coniugale vuoto e frustrante?

Ci si può accontentare di un rapporto negativo con il proprio corpo, la propria esteriorità?

Ci si può accontentare di relazioni amicali conflittuali?

Ci si può accontentare di ciò che si ha nella vita, e che non fa stare bene?

La prima risposta, che ormai i miei pazienti sanno io rilancio a loro, è: Tu cosa ne pensi? “Tu” pensi sia possibile accontentarsi?

La seconda risposta tendenzialmente è “dipende”.

Facciamo però un passo per volta, alla luce del fatto che ogni articolo e parola può essere (giustamente) soggettivamente interpretato, e per poter riflettere insieme andiamo a delineare il significato etimologico del termine “accontentare”.

Dal dizionario etimologico Treccani, il verbo “accontentare” viene definito come  “contentare, rendere contento o soddisfatto; essere o ritenersi contento”, considerando il termine originario latino contentus (ovvero “contentare”), rafforzato dalla a- iniziare. In un altro dizionario, si rimanda il termine al verbo “contenere”, rinviando quindi al concetto di appagare con misura, con un limite.

Da questo punto di vista, la risposta alla nostra domanda si riconferma essere “dipende”.

SITUAZIONI DIVERSE

Ad esempio:

  • Sono in dieta e decido di farmi una coccola. Mi posso accontentare di una pallina di gelato, oppure non mi so accontentare, e mi prendo una vaschetta intera?
  • Nella relazione di coppia, mi posso accontentare di una relazione con un partner che non è sempre presente perché sta passando un momento particolarmente difficile nella sua vita, per cui sopporto la sua distanza senza troppi turbamenti?
  • A lavoro, facendo un po’ la somma di tutte le varie condizioni che vivo, posso accontentarmi di quella realtà, per certi aspetti appagante (lo stipendio, il rapporto con i colleghi) per altre casomai frustrante (gli orari con i turni, una relazione difficile con il caporeparto)?

Da questo punto di vista, l’accontentarmi significa mettere tutti i pro e i contro di una situazione sulla bilancia e rendersi conto che tutto sommato, può non essere così male come appare.

Altre volte però, l’accontentarsi significa rinunciare, spesso per resistenze e fatiche interne, per mantenere lo status quo delle cose, la cosiddetta “zona di comfort”, fatta di quello che si conosce, delle proprie abitudini che, per quanto creino dolore e malessere, sono la nostra condizione, a noi familiare, triste e difficile casomai, ma “nostra” (e ricordiamoci che fra scegliere una pizza con dei gusti diversi, casomai ottima, e la sicurezza della “solita” pizza, si ordina proprio la “solita” pizza!!).

Allora ci si accontenta, ovvero si accetta passivamente e con frustrazione, un lavoro/una relazione/una situazione frustrante, senza mettersi troppo in gioco e in discussione.

Domanda 1: Ne vale davvero la pena?

Domanda 2: Per quanto tempo si riuscirà a resistere?

Perché la differenza fra il vivere bene o male l’”accontentarsi” sta nello stato emotivo percepito.

GODERE NEL LIMITE

Se accontentarmi significa godere di una cosa pur nel limite” (ho una barchetta e non uno yacht; ho perso 2 chili e non 10, ho delle “normali” difficoltà con il partner, senza aspettarmi la storia della Mulino Bianco, dove tutti devono essere felici-e-contenti), allora l’accontentarmi è sicuramente un saggio segreto per vivere serenamente questi giorni che abbiamo sulla Terra. Se invece accontentarmi significa rinunciare a qualcosa che si ritiene vitale per se stessi (il marito/la moglie che non ci calcola, fare i conti con un rapporto di coppia o amicale, che anziché nutrire, scarica e svuota, con un lavoro che si fa fatica ad affrontare e che ogni mattina ci porta ad alzarci con il mal di testa e a passare notti insonni, piene di preoccupazioni e tensioni, anche somatiche), allora in questo caso l’accontentarmi mi farà morire dentro.

RINUNCIARE PER PAURA

Spesso ci si rende conto, durante il colloquio, che il solo pensiero di un possibile cambiamento, spaventa così tanto da far emergere alla mente tutti i vincoli e le resistenze del caso: non ci si separa, ad esempio, “per i figli” (quando sappiamo benissimo che è mille volte più sano per i figli crescere in una famiglia serena, anche se questo vuol dire che mamma e papà non vivono sotto lo stesso tetto, piuttosto che crescere in una famiglia apparentemente unita ma altamente conflittuale), non si cambia lavoro per non perdere la sicurezza economica, che invece si potrebbe ottenere comunque se si fosse pronti a rimettersi in gioco in un altro contesto lavorativo, non si invita il/la partner a valutare la possibilità di una psicoterapia di coppia, “perché tanto lui/lei non accetterà mai, perché non capisce, perché so già come andrebbe a finire”…. Ma in realtà non sono lui/lei ad essere il problema, ma noi che non siamo ancora in grado di affrontare davvero la situazione.

Quindi, ritornando alla domanda iniziale: «È possibile accontentarsi?»

Dipende.

In alcuni casi sì, in altri no. L’importante, è che in quell’”accontentarti” tu stia bene.

© DR.SSA ILARIA CADORIN

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QUANDO LA CHAT DIVENTA PIÙ IMPORTANTE DELLA REALTÀ

L’inganno dei siti di incontri e la dinamica psicologica alla base dei rapporti virtuali

Avete presente quei siti di incontri in cui ci si iscrive, pagando fior fior di soldi, che si trasformano in “crediti” per poter chattare con donne e uomini pronti e disponibili per una relazione?

Se non ci avete mai fatto parte direttamente, sono certa che a tutti voi prima o poi sia capitata sotto gli occhi una pagina internet o una pubblicità di questi Servizi di Siti di Incontri. L’obiettivo che questi siti garantiscono per accalappiare l’utente, uomo o donna che sia, è spesso quello di trovare la persona giusta per sé e, lo sappiamo, l’ideale della “perfetta metà” anche a fronte di delusioni e fallimenti amorosi di ogni sorte, non sparisce mai.

Moltissimi possono essere i motivi per cui ci si iscrive, come ad esempio per la paura di rimanere single, per distrarsi con un chiodo schiaccia chiodo, o per sentire che “si riesce ancora a conquistare” (ad esempio, uomini di 65 anni) e tutto questo via internet perché questo tipo di “conoscenza” consente una maggior immediatezza e facilità rispetto al mondo reale.

Il programma televisivo LE IENE, in onda su Italia 1, è riuscito a smascherare cosa ci sia davvero dietro a molti di questi Servizi e la realtà che è emersa è sorprendente.

Sono stata intervistata da Matteo Viviani per Le Iene, per trarre delle considerazioni psicologiche rispetto alla dinamica che fa da sfondo a questo tipo di relazioni che si creano via chat.

Qui il link al video: https://www.iene.mediaset.it/video/siti-incontri-dating-online-nuove-dipendenze-sesso_316464.shtml

Se non hai modo di vedere il video de Le Iene, riprendo qui alcuni punti fondamentali in modo che anche a te che stai leggendo sia chiara la realtà scoperta da loro rispetto ai siti di incontri.

Il commento che darò, e che troverai a seguire nell'articolo, si estende però anche a tutte quelle situazioni in cui si rimane per mesi e mesi a scrivere a donne o uomini (che sia tramite Messenger di Facebook, Whatsapp, Instagram, Telgram e i vari sistemi di messaggistica che tutti noi conosciamo) che non si hanno incontrato dal vivo, e senza arrivare a vedersi e conoscersi di persona,  trasformando quel rapporto virtuale in reale.

Ma facciamo un passo per volta. Prima di tutto vediamo…

Come funzionano i siti di incontri?

Le agenzie che gestiscono questi servizi sono moltissime ma la modalità di fruizione è più o meno la stessa. Per entrare in questi portali e avere accesso a una miriade di fantomatici uomini e donne single, è necessaria solo una cosa: avere soldi e spenderli. Questi soldi si trasformano in crediti che vengono spesi per chattare; alcuni siti prevedono un totale mensile, altri invece considerano il prezzo a messaggio.

Poco dopo l’iscrizione, si viene contattati da ragazze/donne che tendenzialmente scrivono un messaggio molto diretto e a sfondo sessuale, manifestando la loro disponibilità e apertura, cosa che sappiamo essere spesso un amo per i maschietti.

Ci si comincia quindi a scrivere e a conoscere ma l’uomo, che sta scrivendo alla bellissima ragazza che vede nella foto profilo, ha anche l’interesse principale (apparentemente almeno, poi scopriremo perché) di conoscere dal vivo quella bella donna e rendere concreta la conoscenza, oltre al desiderio di risparmiare soldi potendo traslare dal portale della chat a pagamento, agli altri sistemi di messaggistica.

Con Le Iene, abbiamo analizzato alcune conversazioni , notando che nell’arco di pochissime ore, il rapporto tra utente e operatore si trasformava già in una conoscenza più profonda, nella quale i due protagonisti condividevano racconti, difficoltà (come litigi con il/la partner, situazioni particolari con i figli), chiamando l’altro/a con nomignoli quali amore, tesoro, ecc, cosa che nella realtà non avverrebbe di certo con tale rapidità e immediatezza.

Spesso ci si invia foto e, se il Sito di Incontri è “reale” (e un po’ di dubbi sull’autenticità della totalità dei profili inseriti in questi siti la possiamo avere), lo scambio è equo tra l’uno e l’altra e dopo qualche tempo si decide di incontrarsi.

Il problema è che spessissimo, al conoscersi “realmente” non si arriva mai. Perché? Una motivazione, finalmente, gli autori e creatori del servizio de Le Iene sono riusciti a dimostrarla.

La verità dietro ai siti di incontri

I profili di donne che si trovano nei siti, non sono reali, ovvero non esistono, ma semplicemente appartengono ad un grande server di foto che le Agenzie acquistano. Detto ciò, è chiaro che a scrivere nelle chat non può essere quindi quella bellissima ragazza/donna che si è vista nella foto. E, quindi, a chi è che si sta scrivendo?

Ad un operatore di un call-center.

Sì, proprio così. I messaggi che i tanti maschietti scrivono nei siti di incontri, pensando di chattare con queste donne, finiscono ad un server centrale che smista i messaggi e che li inoltra ai vari operatori di un call-center.

Ad ogni operatore arrivano dei messaggi ai quali lui (operatore) risponde. Non è sempre lo stesso operatore a rispondere a quell’utente e questo per ovvi motivi: l’operatore non può essere al lavoro (perché questo è un lavoro), 24 ore su 24, ma ad un certo punto stacca e ci dovrà essere chi garantisce continuità alla messaggistica, ecco il perché del ricircolo continuo dei operatori.

Ci si potrà chiedere come fa quindi l’utente a non percepire l’inganno, dato che non c’è sempre una stessa persona a scrivergli. Semplice: in una finestra a fianco della chat, l’operatore di turno segna i punti salienti emersi nella chat con quella persona, come ad esempio la rivelazione di un litigio con la moglie o la richiesta di incontrarsi, in modo tale che l’operatore successivo non debba perdere tempo a rileggere la cronologia della chat svolta finora, ma solo i punti salienti schematizzati, e allo stesso tempo non riproponga all’utente domande già precedentemente poste. Tutto ciò porta l’utente a percepire una continuità e coerenza nello scambio comunicativo via chat.

La “formazione” degli operatori

Questi operatori vengono formati velocemente seguendo un tutorial e i loro messaggi vengono supervisionati per un “controllo qualità”.

È fondamentale che l’operatore sia in grado di agganciare e tenere agganciato il cliente, facendo in modo di instaurare, “meccanicamente”, seguendo determinate indicazioni, una “dipendenza” del cliente dal Servizio.

Ad esempio, agli operatori viene anticipato che il cliente potrebbe scrivere i propri dati personali, o dare i suoi riferimenti per essere contattato. Partendo dal presupposto che l’operatore non può visualizzare quei dati privati, data la legge sulla privacy, non può dirlo al cliente al quale dovrà rispondere facendo altre domande e in ogni caso cogliendo la richiesta del cliente ma deviandola.

All’operatore viene chiesto di non copiare e incollare i messaggi e di rispondere a tutte le domande del cliente, anche a quelle “scomode” (come appunto quelle volte a vedersi, sentirsi, ecc), questo allo scopo di far percepire la conversazione come “autentica”. Ciò non sarebbe possibile se a rispondere fossero dei bot, ovvero software di messaggistica automatica, che non sempre sono in grado di cogliere le richieste del cliente, dandogli risposte standardizzate. Questo comporterebbe una tensione nello scambio online, da parte del cliente, che non si sentirebbe “visto” per quelle che sono le sue richieste e che si potrebbe sentire preso in giro.

Ecco perché è importante che l’operatore segua delle istruzioni per far apparire la conversazione veritiera, ad esempio mantenendo la conversazione attiva attraverso risposte di qualità, “scrivendo almeno 150 caratteri a messaggio”, o rispondendo a “tutte le domande” del cliente.

Un altro consiglio all’operatore è di porre domande di tipo aperto e non chiuso. Tenendo presente che l’obiettivo del Servizio è di guadagnare facendo in modo che il cliente scriva più messaggi, è necessario che l’operatore tenga incollato il più possibile il cliente alla chat. Le domande aperte (Cosa hai fatto oggi? Cosa mi racconti? Mi racconti la tua storia?) sono ottimali a questo scopo perché sollecitano varie possibilità di risposta, a dispetto delle risposte laconiche e stringate che la domanda chiusa suggerisce (“Come stai?” – “Bene/Male”; “Come è stata la tua giornata?” – “Positiva/Negativa”, “Bella, Brutta”). Inoltre, la possibilità di coinvolgimento a livello psicologico aumenta nettamente con una tipologia di scambio aperto, che permette una condivisione di molti più contenuti.

Entrare nella vita del cliente e instaurare con il cliente un rapporto di fiducia è fondamentale perché a lungo andare è ciò che consentirà al Servizio di bypassare certe richieste del cliente che inevitabilmente farà (vedersi, incontrarsi, sentirsi telefonicamente a voce, passare ad altri sistemi di messaggistica, come whatsapp).

Sempre fra le regole per una “comunicazione di qualità”, all’operatore viene chiesto di fare al cliente un sacco di complimenti e di essere gentile. Perché questo? Lo sappiamo, tutte le persone amano i complimenti e la gentilezza! Ricevere un complimento significa sentire che l’altro ci sta dando un valore e i clienti di questo Servizio, che ricordiamoci, si stanno interfacciando da dietro uno schermo, hanno bisogno di sentirsi riconosciuti nel loro valore, più di altri.

Un elemento da non tralasciare, e che è molto frequente nelle conversazioni via chat, è l’invio di foto da parte dell’utente (foto spesso di tipo erotico o anche del proprio viso, o di un cose appartenenti alla propria quotidianità). L’invio di foto crea psicologicamente un incastro con l’interlocutrice/operatore, perché con lei/lui c’è stata una condivisione di qualcosa di molto intimo (la foto del proprio corpo, la propria eccitazione, la propria vita “reale”).

Le parole incastrano, ma quando le parole si concretizzano, quando si fanno realtà attraverso le foto, il legame diventa maggiore e più coinvolgente il tipo di relazione. Quello che l’utente del Servizio pensa inconsciamente, è: “Questa donna mi conosce, mi ha visto, sa come sono fatto e mi apprezza per questo”. E gli utenti, di quell’apprezzamento, ne hanno enorme bisogno.

Anche l’operatore invia al cliente qualche foto della donna-profilo che sta impersonando, ma questo avviene molto di rado (il server ha a disposizione qualche foto diversa per ogni donna) e spesso viene fatto nel momento in cui il cliente manifesta una tensione che lo porterebbe a chiudere la conversazione (una sorta di contentino).

Insomma, questi sono solo alcuni dei suggerimenti che vengono dati all’operatore del call-center prima di rispondere ai primi messaggi che riceve. Se l’obiettivo è guadagnare, e questo è possibile mantenendo i clienti nel circolo della chat, il cliente deve essere coinvolto, giungendo a confondere il Servizio dei Siti di Incontri con la possibilità reale di costruire una relazione.

Le indicazioni che vengono date agli operatori sono quindi una sorta di “regole all’empatia”: gli operatori devono mostrarsi interessati, coinvolti, autentici, così che il cliente stesso possa mettere in gioco queste dinamiche e rimanere agganciato al Servizio.

Scopriamo come tutte queste indicazioni possono essere messe in atto in un velocissimo scambio simulato tra cliente e operatore (l’immaginaria “donna single”):

Conversazione simulata:

  1. CLIENTE: Ciao tesoro, perché non passiamo a scriverci su whatsapp? Qui si continua a spendere. Questo è il mio numero 348*******.
  2. DONNA (in realtà operatore del call-center): Eccoti finalmente! È vero che si spende qui, anche a me pesa, ma preferisco che continuiamo ancora per un po’ a scriverci qui perché qui siamo più protetti e non si sa mai che maniaci ci sono in giro. Porta pazienza ma ho bisogno di conoscerti meglio! Cosa hai fatto di bello oggi? Dimmi qualcosa di te!
  3. CLIENTE: Va bene, capisco, ma guarda che io sono proprio come mi stai conoscendo. Però fai bene ad essere cauta, si vede che sei una con la testa sulle spalle! Casomai ci organizziamo anche solo per bere un caffè insieme, io sono a Roma proprio domani.
  4. DONNA-OPERATORE: Sì! Preferisco fidarmi al 100% prima di incontrare qualcuno! Anch’io ho tantissima voglia di vederti, mi stai piacendo così tanto!!! Però lo sai che sono sposata e la gente mi conosce, non riuscirei mai ad essere tranquilla al bar con un uomo, ancor di più se ci sei tu di fronte a me! Cosa fai a Roma domani? Impegni di lavoro, oppure altro?
  5. CLIENTE: Domani sono qui per un meeting aziendale, non ho molta voglia però, per questo speravo almeno di vederti. Ti desidero tanto (INVIO FOTO EROTICA).
  6. DONNA-OPERATORE: Sei stupendo!! Quanto vorrei sentirti dentro di me [e altre cose più spinte e dirette a sfondo sessuale].

Vediamo un po’ nel dettaglio questo scambio. Riprenderò i messaggi (1.,2., 3., 4., 5., 6.) senza riportarne il testo.

Analisi della conversazione simulata

  1. Consideriamo che il cliente che dà i suoi riferimenti, i suoi dati personali, consciamente e inconsciamente vuole instaurare con la sua “interlocutrice” un rapporto più profondo, che permetta di uscire da quello imposto dal Servizio.
  2. “Eccoti finalmente”: con quel “finalmente”, l’operatore sta comunicando al cliente che lo stava aspettando, che era in attesa proprio di lui. Accoglie la sua proposta di sentirsi telefonicamente ma giustifica il non sentirsi dando una motivazione valida (la privacy maggiore). Conclude con due domande aperte, per recuperare e far crescere la condivisione.
  3. Il cliente, di fronte alla risposta dell’operatore, non si innervosisce ma anzi, comprende la sua giustificazione, trovandone anche un lato positivo e di valore . Ritorna però all’arrembaggio chiedendo di vedersi dal vivo.
  4. L’operatore rinforza il cliente rispetto al desiderio ricambiato di incontrarsi ma di nuovo pone un limite “reale” (il marito). In ogni caso riconferma il valore del cliente (“ancor di più se ci sei tu di fronte a me!”) e di nuovo conclude con una domanda aperta, legata ad un’informazione che il cliente aveva precedentemente scritto.
  5. Ulteriore aggancio e provocazione (“speravo almeno di vederti”) e invio di foto erotica, un po’ come a dire “Siccome mi stai dando buca su tutto, almeno appaga questo mio bisogno di essere visto e confermato nel valore”.
  6. Complimento che veicola valore e viraggio verso contenuti sessuali che nelle chat sono quasi sempre estremamente espliciti ma che io qui non ho riportato (potete lavorare di fantasia).

Proviamo a pensare che questo tipo di scambi sia mantenuto per mesi, mesi e mesi, senza arrivare mai ad un incontro reale. Perché? Cosa porta le persone a rimanere nel circolo della chat, “accettando” di stare dietro allo schermo del proprio cellulare?

Il parere psicologico: come mai si cerca e si rimane avvinghiati al sistema “chat”?

Nella chat, chi scrive non incontra la realtà dell’interlocutore/l’interlocutrice e non si lascia incontrare per quello/a che è, con la propria fisicità, i propri modi di essere, di porsi, di muoversi, ma anche di pensare, di parlare, di esprimersi con un certo volume e tono della voce, con una propria mimica, con le proprie pause, con i propri sguardi.

Uno schermo funge da muro rispetto al contatto con la realtà, che viene alterata e deformata. Questa trasformazione della realtà riguarda entrambi i protagonisti della comunicazione:

  • l’interlocutore, la cui immagine si arricchisce e costruisce sulla base delle proiezioni mentali dell’altro;
  • l’immagine di se stessi, poiché nel virtuale si ha la possibilità di mostrarsi con abiti diversi, di manifestare la parte migliore di sé o anche di mettere in gioco parti e aspetti che non appartengo a sé ma che si vorrebbe tanto fossero propri. Spesso si ha un ideale dell’Io, un’immagine di sé, a cui si vuole volgere e il virtuale consente di mascherarsi, di creare una realtà (virtuale) in cui poter fingere di essere ciò che non si è (i nickname o l’anonimato consentono questo).

Questa storpiatura dell’altro avviene normalmente e fisiologicamente anche nella fase dell’innamoramento, ma se nella vita reale allo step successivo all’innamoramento si arriva inevitabilmente, frequentandosi, conoscendo l’altro, vedendo e vivendo i suoi modi di fare e di essere, nel virtuale il salto alla possibilità dell’incontro con i “difetti” dell’altro è molto più lontano, elemento questo che giustifica il perché dell’invischiamento dei clienti per mesi e mesi, in questo tipo di Servizi.

Innamoramento e amore, nella vita reale e nel virtuale

L’immagine mentale che ci si crea dell’altro (anche nella quotidianità, casomai perché lo si è incontrato in un locale o perché si è vista l’immagine-profilo in Facebook), nel corso della conoscenza concreta, si avvicina sempre di più all’immagine reale dell’altro permettendo ai due protagonisti di poter giungere al “mi piace” o “non mi piace”.

Si può parlare di amare l’altro, e non solo di esserne innamorati, quando si riesce a vedere l’altra persona per quello che è, accettando e comprendendo nell’immagine che di lei ci si è fatti, anche i suoi lati ombra, i difetti, i nodi, il non essere completamente aderente alle proprie aspettative ma, nonostante questo, di desiderarla comunque nella propria vita.

Nella chat questo passaggio dall’innamoramento all’amore non avviene, proprio perché la realtà non viene mai incontrata e si rimane perennemente in uno stato acceso di interesse, di fantasia, di “cotta”. È proprio questo stato di “cotta”, ovvero il non avere contatto con la realtà, a incastrare il cliente che protrae per mesi le conversazioni nei Siti di Incontri, senza arrivare mai a conoscere davvero, vis-à-vis, la sua interlocutrice.

D’altronde, chi glielo fa fare di rinunciare a questo turbinio di emozioni?. di “farfalle nello stomaco”?

La radice dell’incastro nelle relazioni virtuali

Ma la vera domanda è: perché questi clienti, uomini adulti, dopo due, quattro, sei mesi di conversazioni virtuali, accettano (con più o meno turbamento), di rimanere nel circolo della chat a pagamento?

Perché c’è un grande conflitto tra il desiderio di conoscere l’altro per la sua e propria realtà, e il voler mantenere l’immagine che ci si è fatti dell’altro (e che di sé si ha dato all’altro)… e alla fine si rimane agganciati al Servizio perché a vincere, in questo conflitto, è la paura di perdere ciò che si è creato in fantasia.

Spesso, alla base della scelta di frequentare Siti di Incontri, c’è una fragilità rispetto al vivere i legami ma anche rispetto a se stessi. In questo persone non è tollerata la possibilità di incontrare una persona concreta, con la consapevolezza del possibile rischio che deriva da qualsiasi incontro (illudersi, rimanere delusi, feriti). Spesso il cliente ha una bassa autostima e difficoltà nella sfera affettivo-relazionale.

Può capitare che ci si avvicini al mondo delle chat per sfuggire dai problemi reali o dalla solitudine, creando una situazione fittizia, serena, fuori dai problemi.

La relazione via chat, quindi, ha due elementi positivi per cui viene ricercata e mantenuta:

  • allevia, anzi, annulla l’ansia che inevitabilmente accompagna il confrontarsi realmente con l’altro;
  • funge da compensazione di bisogni profondi: quello di ricevere valore, interesse, di sentirsi “pensati”, desiderati… peccato, però, che questa compensazione sia solo apparente, effimera, e, così come il rapporto virtuale stesso, svanisce alla prima disconnessione, lasciando un profondo vuoto dentro.

Certo, non si può non tenere a mente la complessità delle dinamiche psicologiche che guidano la nostra vita e non sarebbe corretto fare di tutta l’erba un fascio.

In generale, però, possiamo considerare che un buon equilibrio psicologico della persona sia il rimedio per non incappare in questo tipo di situazioni..

RISVOLTI

Se questa situazione si ripropone per mesi, il rischio è che la persona si dia come unica possibilità di relazione, quella di costruirsi un mondo alternativo in cui vivere, scappando inevitabilmente da quello reale, dalle proprie relazioni e anche dall’eventualità di farsi incontrare, conoscere e aprirsi ad altre persone, fisicamente esistenti.

Vivere nella fantasia, a lungo andare, significa rimanere bloccati. Infatti, con una relazione esclusivamente via chat, per quanto profonda sia, non si convive, non ci si sposa, non si avranno figli e, banalmente, non si mangia, non si dorme, non si sta mai con una persona concreta, fisica, vera. E allo stesso tempo, per quanto la si possa sentire “vicina”, non si verrà accarezzati da lei, abbracciati, guardati, scaldati; non ci saranno mai quel sorriso o quell’occhiolino ricevuti perché l’altra ha semplicemente notato una nostra espressione nel volto.

Alla fine si è soli.

Profondamente e angosciosamente, soli.

Si rimane incastrati in un via-vai di proiezioni che nulla hanno a che vedere con le autentiche relazioni, perché a vincere non è il desiderio di conoscere l’altro e farsi conoscere, ma la paura della realtà: essere rifiutati, rimanere delusi, non piacere, essere impacciati, avere dei blocchi sessuali (cosa che nelle chat, “chissà perché”, non si manifesta mai quando, invece, non sarebbe irreale aspettarsi persone con disturbi nella sfera sessuale, come problemi di erezione o ansie da prestazione).

DIPENDENZA DA CHAT

Si può parlare di Dipendenza da chat, Cyber-Relational Addiction o Chat Addiction (appartenente al quadro dell’Internet Addiction Disorder – IAD) nel momento in cui c’è una reale compromissione rispetto all’area sociale, lavorativa, affettiva, familiare, per la necessità di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete, trascurando gli impegni della vita reale e sentendosi totalmente incapaci di interrompere volontariamente l’utilizzo del web e quindi di mettere fine a questa modalità di comunicazione. Le relazioni online diventano rapidamente più importanti dei rapporti nella realtà con la famiglia e con gli amici reali.

C’è la possibilità di uscire da questa dipendenza?

Assolutamente sì, intraprendendo un percorso di psicoterapia ed eventualmente, qualora la situazione lo richiedesse, venendo supportati da una terapia psicofarmacologico temporanea. Peccato che spesso, come tutte le dipendenze (alcool, droga, gioco), anche di fronte all’evidenza reale di perdere un’infinità di soldi (nei siti di incontri) o di trascurare fino a lasciar andare le proprie relazioni reali (coniugali, amicali, lavorative), si è nell’incapacità di riconoscere la gravità della situazione che quindi viene segnalata da chi ruota attorno al “dipendente”, piuttosto che dal dipendente stesso.

© DR.SSA ILARIA CADORIN

Psicologa n°9570 Albo Psicologi del Veneto

www.ilariacadorin.com

ILARIA CADORIN

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TI BASTI TU

LIBRI PER RACCONTARE LA SEPARAZIONE AI FIGLI

La separazione dei genitori, oggi, è un fatto estremamente comune. In confronto ad una volta, si desidera e si pretende avere affianco un/una partner con tutta una serie di caratteristiche in linea con se stessi: rispetto, condivisione, comprensione, sostegno, ascolto, stima ecc. In passato, queste caratteristiche non erano necessariamente richieste perché c’era meno sensibilità su questi temi, per cui si stava insieme “per la vita”, senza aver tante esigenze emotivo-relazionali.
Ora, però, c’è una facilità e velocità eccessiva nello sciogliere il legame che ha tenuto insieme la coppia, tanto di più se da quella coppia non sono nati dei figli.

Quando ci sono i figli invece, spesso le cose cambiano. Per molti, i figli sono il motivo che fa ritardare una separazione, considerando che a volte è davvero meglio separarsi con i bimbi piccoli piuttosto che farli crescere in un ambiente di coppia e familiare saturo di rancori e malesseri.