Crepet

EDUCARE I FIGLI AL FUTURO. L’incontro con Crepet

Due settimane fa ho partecipato ad un incontro nella mia città tenuto dallo psichiatra Paolo Crepet sul tema dell’educazione dei figli al futuro. Ammetto che impegnarmi la sera del venerdì, quando fino alle 20.00 avevo lavorato e quando la sveglia, il giorno dopo, avrebbe suonato alle 5 per muovermi in direzione Bologna, non è stato facile (…ahi ahi, la nostra maledetta pigra zona di comfort!) ma comunque ho deciso di andare. Per le cose che valgono la pena, non abbiamo alternative: bisogna mettere in conto un po’ di fatica.

La sala era gremita di gente e questo è stato fin da subito un ottimo segnale dell’interesse (e urgenza) di trattare questo tema caro a tutti noi, non solo genitori, educatori, insegnanti, psicologi, ma a chi crede e spera in un buon Futuro.

Ho deciso quindi di riproporre in questo articolo, le parole di Crepet proprio per dare a chi non ha avuto modo di esserci, la possibilità di pensare insieme su questo tema.

PENSARE AL FUTURO

Pensare, sì, perché – come ha introdotto Crepet – per pensare al futuro, occorre prima di tutto riabituarsi a pensare. Non si pensa, infatti, quando si sta con gli occhi aggrappati sullo schermo del proprio cellulare, così come non si può “pensare” con la televisione accesa, con il rumore nelle orecchie.

Quando si pensa, infatti, ci vogliono tempi e luoghi adatti, come in Veneto potevano essere le osterie, quando, di fronte a un goto e con qualche buon amico affianco, si discorreva sulla vita, sulle proprie rispettive storie. Ma anche quando si era ragazzini, nel cortile della scuola, nel momento della ricreazione, si parlava con l’amico, di come va la vita, di come si sta… e, nel parlare, si pensava.

Ora invece è molto più frequente scrivere, un tweet, un post, pubblicare una story in Instagram e questo non solo per i “figli” di oggi, i nativi digitali, ma anche per noi, gli adulti, che senza quello scrivere sui social siamo comunque cresciuti.

PENSARCI INSIEME: AVERE UNA VISIONE

Un altro elemento da considerare, nell’arte del pensare, è l’essere Insieme. Pensare, infatti, è un esercizio della mente che non possiamo illuderci bastare quando fatto in solitaria, perché il pensiero vero è quello che arriva dal confronto con il mondo, con il diverso, con la ricchezza altrui, ancor di più in una Società che si dice “connessa” al mondo virtuale ma che, proprio in quel virtuale, perde vertiginosamente in autenticità e ricchezza a favore di un vuoto silenzioso costruito dei 160 caratteri di un sms.

«Se si pensa di poter racchiudere il proprio pensiero con poche parole, o ci si crede Ungaretti, o si dei cretini… e nel mondo ci sono tanti cretini» 

Qualsiasi discorso, da quello più scontato a quello più complesso, richiede di parlare, di dialogare e, prima di tutto, di pensare e avere il tempo per dialogare con quei pensieri.

Che si tratti di discutere sul “No alla plastica!” o di condividere con il/la partner il “come stai” a fine giornata, in ogni caso occorre avere la disponibilità interna di fermarsi quando troppo spesso, sfortunatamente, ci si accontenta di risposte preconfezionate, di frammenti di realtà (“No alla plastica perché inquina”, “A lavoro è andata bene”) per non doversi fermare, per non faticare la nostra mente e le nostre deboli e labili sicurezze.

Ma allora, che futuro può esserci se ognuno pensa (e pensa poco) da sé, in solitaria, senza confronto, scambio, messa in discussione delle proprie strette e rigide idee?

Per “riflettere sul futuro” ci vuole dunque il pensiero ma non solo: è necessario anche che ci sia una visione.

Come e dove vogliamo essere fra dieci anni? I nostri figli, come e dove li vogliamo vedere e lasciare? Anche in questo caso, quando si tiene a mente una “visione”, è impossibile ottenere risultati buoni se si pensa di “bastarsi”. Quale riunione condominiale porta buoni frutti se i vari condomini non sono d’accordo sul da farsi? È necessario unirsi e condividere insieme quella visione affinché qualche cambiamento avvenga realmente.

INGREDIENTI PER IL FUTURO

I ragazzi di oggi, a proposito di prospettiva futura, si sono creati l’idea che sia possibile fare i soldi in velocità e, cosa ben più grave, senza alcuna particolare competenza. Se la visione di un giovane oggi è guadagnare rapidamente e facilmente, sarà difficile che fra soli dieci anni quel giovane abbia ancora lo stesso lavoro perché se oggi si vuole che qualcosa duri, che rimanga ai figli e ai nipoti, allora si deve lavorare di qualità: fare qualità, produrre qualità, insegnare qualità.

Però ancora, la qualità non è la sola in grado di rendere qualcosa immortale: per questo ci vuole la passione. E pensiamoci: i genitori di oggi sono davvero aperti e disponibili all’incentivare le passioni dei figli? Oppure le ostacolano con i “C’è troppo da studiare, sai che poi cambi idea”, “E se poi non riesci a trovare lavoro, il mercato è già saturo di quella professione”, “Scegli una scuola che ti dia lavoro, non una che ti lasci a piedi”, e così via.

Una volta, i mestieri, intesi come lavoro con e delle mani, erano lavori di valore: pensate alla sartoria o alla liuteria italiane. Anche se non si tratta di studiare Giurisprudenza o Medicina, i lavori con le mani non sono lavori di serie “B” ma lavori di qualità che, se vengono fatti con passione e divertimento, possono assicurare ai nostri figli un futuro.

Proprio per avvalorare le parole di Crepet, mi è venuto in mente quante sono le situazioni oggi, in cui, oltre al proprio lavoro seduti sulla scrivania, si ricerca di nuovo il contatto con la terra, con la natura, con il proprio corpo.

APRIRSI AL DIVERSO

Se si prova ad ampliare la visuale oltre ciò che i propri occhi possono vedere, si scopre che la realtà attuale si fa più complicata ma anche più interessante ed è solo nella possibilità di un cambiamento, che può consistere anche nel ritrovare ciò che nei secoli è durato, che si può vedere un futuro per noi e per i nostri figli.

Come sarà la nostra Terra, fra dieci anni, non solo come terreno, come luogo fisico che calpestiamo, ma anche in termini di cultura…

Crepet esprime la sua speranza che questa Terra/cultura possa essere piena di cose diverse, di culture, di colori, in cui l’altro, il diverso da me, non è più un pericolo ma un’opportunità per scoprire, per capire, per conoscere il nuovo e per arricchirsi e crescere grazie a questo incontro.

Del resto, Venezia è ciò che è grazie all’incontro con il diverso.

Il geografo Ramusio conobbe il thè nel 1559 ad una cena a Murano in compagnia di un mercante persiano giunto dalla Cina con un carico di rabarbaro. È grazie ai bizantini che si devono i meravigliosi mosaici di Murano, Torcello, Santa Sofia. E sempre ai rapporti mercantili con Bisanzio si deve la scoperta delle spezie, degli avori, dei tessuti pregiati.

Mi sono un po’ informata leggendo qua e là e ho scoperto che alcuni sacchi di chicchi di caffè, ad esempio, furono portati dall’Oriente a Venezia verso la metà del 1500 da un botanico e medico padovano. Le patate, ortaggio originario di Perù, Bolivia, Messico, giunsero in Italia nella seconda parte del XVI sec. grazie ai padri Carmelitani Scalzi o comunque, secondo altre fonti, importate dalla Spagna.

E il pomodoro? Prodotto italiano per eccellenza? Non è “nostro”, ma è nativo del Sudamerica ed è stato importato in Italia dalla Spagna ed è alla sua originaria varietà conosciuta, di colore giallo, che si deve il nome italiano di “Pomo-d’oro”.

Insomma. Noi siamo quello che siamo perché qualcuno ha avuto il desiderio di stupirsi, di lasciarsi meravigliare e, per fare questo, “di andare oltre le Colonne d’Ercole senza Google Earth ma solo con il coraggio”, ricorda Crepet.

«Il futuro è aver voglia di stupirci e di stupire il mondo»

Quando si parla di futuro e di paura di fronte a questo, è quindi perché, anziché assaporare quella curiosità e quella voglia di stupore, si è immersi nell’apatia e nella mancanza di amore verso gli altri: astio, chiusura, muri mentali, ostacolano la possibilità di pensare non da soli ma insieme, al nostro futuro, senza la paura del confronto ma con il piacere e la curiosità che nascono e che dovrebbero essere alla base di qualsiasi nuovo incontro.

Si potrebbero schematizzare le prime parole di Crepet con questa formula:

Dobbiamo quindi ringraziare tutti i Grandi della Storia che ci hanno aperti alla diversità perché è questa che porta ricchezza e che ci ha donato e può continuare a dare la possibilità di costruire un futuro migliore di quello attuale.

E a proposito dei grandi che hanno fatto la Storia, Crepet ha raccontato una simpatica storiella…

«C’era una volta un gruppo di celebri scienziati della NASA che aveva un compito pazzesco: pensare, progettare e costruire una navicella che potesse andare oltre ogni limite dell’Universo, il più lontano possibile nello spazio. I problemi nella costruzione di questa furono sicuramente tanti ma uno ad uno, il team di scienziati riuscì a risolverli.

Un giorno, il capo della missione esclamò: “Siamo pronti per il lancio!”. Ma c’era un problema. Ipotizzando che questa navicella sarebbe potuta arrivare oltre ogni limite del conosciuto e che da quest’altra parte dell’Universo ci fosse stata qualche diversa civiltà… come presentarsi a quella nuova civiltà?

“Non possiamo inserire nella navicella un biglietto con scritto UMANI”, continuò il comandante, “perché anche qualora sapessero decifrare la nostra scrittura, quella parola non ci identificherebbe. C’è bisogno qualcosa che ci rappresenti… ma cosa???”. A quel punto fecero giungere dalle più svariate parti del mondo, tre menti geniali per arrivare a decidere come si potesse rappresentare l’umanità qualora la navicella fosse arrivata in contatto con altre forme di vita.

Dopo mesi e mesi di riflessioni, ognuno dei tre geni presentò una proposta diversa.

Il primo genio portò una copia di una statuetta etrusca, “L’ombra della sera”, che rappresenta uno dei più grandi misteri e meraviglie dell’uomo ovvero la paura e lo sconcerto che si provano guardando in alto, su, nel cielo, e scoprendosi piccolissimi di fronte al tutto.

Il secondo genio propose di portare il dipinto “Vocazione di San Matteo”, del Caravaggio, che rappresenta la luce messa sulla tela… la luce: la prima cosa che l’essere vivente vede dopo 9 mesi di tenebre.

Il terzo genio fece ascoltare la variazione Goldberg interpretata da Glenn Gould, mirabile pianista canadese; un giorno, racconta Crepet in un misto fra realtà e fantasia, il capo della CBS stava passando di fronte alla chiesa dove Glenn stava suonando e, sentendo una melodia meravigliosa, si avvicinò all’organo scoprendo chi suonava; qualche anno prima di morire, Glenn Gould ricordò quel momento riportando che il capo della CBS offrì un contratto strepitoso alla madre di Glenn chiedendole di poter portare con sé Glenn per trasformarlo in un artista di successo; la madre però rispose: “No, lei non porta via nessuno. Mio figlio deve rimanere ancora qui perché deve ancora imparare a sbagliare”.

Crepet sottolinea l’eccezionalità di questa mamma e che dovrebbe essere quella di ogni genitore-educatore: solo cadendo si può imparare a camminare.

I figli di oggi, come di ieri, non hanno bisogno dei soldi dei genitori per non subire la minima mancanza di “oggetti”, ma hanno bisogno della presenza dei genitori, del loro tempo, quel tempo non di scarto, a fine giornata, ma quel tempo speciale che fa andare a prendere il figlio che è a casa il pomeriggio e lo si porta a fare “esperienze”. Come quel papà imprenditore che disdisse tutte le riunioni del pomeriggio per portare la figlia in navigazione a Genova in una splendida giornata di maestrale. Quella figlia, del padre, dirà: “Papà è un uomo che mi ha rapita, mi ha presa dalla mia noia, dalla mia vita, regalandomi emozioni”.

Infatti, il futuro dell’educazione, così come nel passato, era e rimarrà il continuare a contare sull’impatto emotivo delle esperienze; spesso si pensa che le emozioni siano la cosa più impalpabile e liquida che esista e che, proprio per questo motivo, non possano rimanere registrate in noi, ma poi siamo i primi ad accorgerci che le emozioni sono proprio ciò che ricordiamo e che non solo permane nel tempo e negli anni, ma che ci può trasformare e plasmare.

In casa, nel rapporto con il partner, con i figli, dobbiamo metterci le emozioni, non oggetti, soldi e virtuale, ma parole ed emozioni!

«Cosa ci metti in una casa se non c’hai nessuna emozione da dare? Spritz, tristezza e solitudine»

Ai ragazzi di oggi gli adulti insegnano a “ragionare”, a “usare la testa” e “ad avere la testa sulle spalle”… quando invece sarebbe interessante chiedersi come sarebbero i giovani di oggi se gli adulti avessero mai insegnato loro a sognare, ad ascoltarsi, a stare in silenzio, dentro se stessi, senza aver sempre degli stimoli sotto gli occhi. Saper fare silenzio è fondamentale perché è la premessa per pensare a se stessi, a come sta andando la propria vita, a cosa si desidera, a cosa si sogna.

Se questa possibilità viene continuamente minata, dalla Società che soffoca con la tecnologia, dalla solitudine assordante data dall’assenza delle figure di riferimento adulte, come si può vivere?

Ci sono adulti che dopo 25 anni insieme, non possono dire di conoscersi nel profondo perché quelle due parole così tanto comuni, “COME-STAI”, poche volte vengono pronunciate e quasi mai con il reale intento di mostrarsi disponibili e aperti al conoscere la risposta. Ed ecco che poi ci rivolgiamo agli psicologi, ecco perché, nel proprio malessere, moltissimi si imbottiscono di ansiolitici e antidepressivi: sto-male, quando forse si avrebbe intanto un gran bisogno di essere visti e ascoltati.

«Non siamo patologie, siamo sensibilità»

Il presente dell’educazione, che sarà anche il futuro se non si decide di cambiare urgentemente rotta, è la solitudine: ragazzini che arrivano a casa da scuola, soli, in una casa vuota con, se va bene, un piatto di pasta da scaldare al microonde; cosa fare, se non prendere subito il cellulare e scrivere a un amico, scorrere le altre “case”, le home dei vari social network, postare le stories in Instagram e farsi selfie da modificare?

Proviamo a pensare a quanto cambierebbe se la nostra società predisponesse delle mense anche per i ragazzi delle superiori, dove sia possibile combattere concretamente la solitudine creando gruppo e unione. Che tipo di confronto ci sarebbe?

GENITORI “CAPITANI”

Certo, i genitori dovrebbero smettere di porre ai figli le classiche e inutili domande, del tipo: “Come è andata?”, “Hai mangiato?”, “A che ore torni?”. Come si può conoscere il proprio figlio attraverso queste domande! Le domande buone da fare al proprio figlio sono: “C’è qualcosa per cui oggi ti sei meravigliato?”, “Hai incontrato qualcuno di interessante?”, “Sei rimasto affascinato da qualcosa?”.

«Un adolescente che non è inquieto è inquietante»

Un genitore che non ha il tempo e, ancor peggio, la voglia di stare con il proprio figlio, non come amico ma come Genitore/educatore, cosa comunicherà al giovane? I tanti giovani che vivono il coma etilico, dove hanno trovato i soldi per ubriacarsi? Glieli danno i genitori, sono i genitori a diventare pusher del figlio, a permettergli di bere 6 Spritz in una serata.

«I peggiori “educatori” dei giovani di oggi sono i soldi e l’indifferenza.
Se non vi va di educare i figli, castratevi: metterli al mondo per abbandonarli è disgustoso. Se non avete più voglia di educare i figli, fermatevi…

Far vedere alla figlia che la madre arriva con il tacco 12 in mano perché non riesce più a camminare da quanto ha bevuto, a cosa serve? Abbiamo bisogno di capitani, di modelli, di mamme e papà che non sono “grandi amici” ma educatori, che di fronte all’arrivo di uno spaventoso temporale sappiano dove andare e che non chiedano consigli al cuoco in cambusa  e la parola dei genitori deve valere  perché sostenuta dalla sostanza delle cicatrici sulla propria pelle: “Guarda la mia pelle, ho più cicatrici di te, e ci devi credere”.»

È fondamentale che genitori e insegnanti escano fuori dalle loro mura mentali (e fisiche), vadano dai ragazzi a vederli giocare sul campetto, trascorrano tempo con loro, anche e soprattutto con quelli che apparentemente sono “gli ultimi della classe”, quelli che fanno più fatica, quelli che si isolano, si chiudono… ma è lì che si cela il talento.

A volte ci sono delle retromarce nella vita e questo non deve preoccupare ma di certo queste retromarce ci devono svegliare di fronte l’obbligo di tenere sotto gli occhi quei ragazzi.

Si parla di insegnanti e si parla di scuola perché è questo uno degli spazi in cui i giovani trascorrono la maggior parte del loro tempo. Il sistema scolastico dovrebbe essere diverso e all’oggi mancano il coraggio di educare e la scelta di investire, anche economicamente, sul miglioramento della scuola e della formazione degli insegnanti.

«La scuola bellissima è quella dove ci sono gli insognanti che sorridono. La scuola pessima è quella in cui gli insegnanti parlano di quando andranno in pensione.»

Crepet racconta di essere stato anni fa all’inaugurazione di una scuola elementare in Danimarca e di essersi stupito nel vedere che il pranzo erano i bambini stessi a prepararlo; tutt’altra esperienza fece Crepet in Italia, dove, ad un’altra inaugurazione, rimase scioccato nel sapere che il pavimento era “anti-trauma”. E quando deve cadere una persona? Se non le permettiamo di farsi male quando è “giovane”, alla prima vera caduta che farà a 40 anni (delusioni e frustrazioni lavorative, familiari, di coppia, ecc.), questa persona si farà davvero molto male.

All’oggi si educa trasmettendo le proprie paure (“Attento alla strada, alle persone, agli altri, a te stesso!”) mentre potrebbe essere sano lasciare che i propri figli cadano; non aiutateli a non-cadere ma spronateli a sognare, ad andare avanti e mettete sotto la sella della loro bicicletta un po’ di cerotti… questi figli cresceranno forti, autonomi e con autostima.

Quali sono le pagelle della scuola italiana che valutano qualità come queste? Forza. Autonomia. Creatività. Abbiamo l’idea che un diciottenne che ottiene il massimo dei voti all’esame di quinta superiore sia “maturo” ma spesso dimentichiamo che chi prende 10 in tutte le materie spesso non ha una gran stima di sé ed è per questo che si impegna così tanto nello studio, perché ha bisogno di vedere riconosciuto il suo valore in qualcosa.

Così è lo stesso per quei bambini che si ritrovano con una vita più impegnativa e piena di quella di un amministratore delegato, costretti in mille attività, nuoto, danza, violino… calmi genitori! Imparate a conoscere un bambino quando non fa niente e non se lo sfinite riempiendogli la giornata. Un bambino ha il diritto universale di non fare niente perché è solo questo che potrà dirci se è in grado o meno di stare con se stesso! Del resto, figli così impegnati hanno spesso genitori altrettanto impegnati, incapaci di stare anche solo 10 minuti in contatto con se stessi, come se fosse qualcosa di estremamente spaventoso.

 

I BAMBINI DI OGGI, ADULTI DI DOMANI

Come insegnare quindi ai bambini a stare-con-se-stessi? Lasciandoli liberi. Liberi di giocare a ciò che desiderano, liberi di sporcarsi, di annoiarsi, di emozionarsi! Togliamo gli “iPad” ai bambini, strumenti che il Ministero dell’Istruzione ritiene validissimi aiuti pedagogici quando invece sono causa di un “autismo tecnologico” che impedisce loro lo sviluppo dei sensi. Occorre invece dare all’educazione ciò che oggi non c’è e che dal passato va ripreso: tirate fuori il pongo, i LEGO, le carte.

A fine serata, Crepet ha giustificato la sua modalità “provocatoria” della sua conferenza motivando che una buona conversazione “dovrebbe” essere inquietante, perché le inquietudini fanno pensare e smuovono le persone a mettersi in discussione – e, per come ho percepito io la serata e basandomi sulla partecipazione e l’applauso del pubblico, direi che Crepet ha centrato il bersaglio.

«Abbiate il coraggio di avere fiducia nei giovani, non fermatevi a ciò che la realtà oggi propone e alle soluzioni comode, ma fate di più, mettetevi in gioco,  perché se vi fermate tutti, vincono i cattivi…»

e, dico io, annientiamo la speranza di avere un buon Futuro, domani.

p.s. E grazie a te, Cristoforo Colombo, per averci portato il cacao…!!!

RINGRAZIO PER L’EVENTO:

  • Comune di Montebelluna (TV)
  • Claudio Borgia, assessore alle politiche familiari
  • Fondazione Ispirazione, ONLUS per la Ricerca e lo Sviluppo dell’Economia Sociale e dell’Educazione con sede a Treviso

© DR.SSA ILARIA CADORIN
Psicologa n°9570 Albo Psicologi del Veneto
www.ilariacadorin.com

ILARIA CADORIN

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