“NON DI SOLO PANE”. Educare i figli ai giorni nostri. Incontro con il Prof. Pellai

Il terzo incontro consecutivo organizzato dall’Assessorato alle Politiche Familiari del Comune di Montebelluna (TV), si è confermato essere un appuntamento desiderato da molti e ciò è stato evidente dal sold-out in sala (ben 250 posti occupati!). Non potevo ovviamente mancare, considerando, come sapete, quanto la mia attenzione per questa fascia di età sia viva e di pieno interesse, vista la mia professione di psicologa non solo dell’età adulta ma anche dell’età evolutiva (dall’infanzia all’adolescenza).

Questo incontro è stato pensato per i genitori e, in generale per gli educatori, partendo da un presupposto: “ci vuole un villaggio per crescere un bambino” (come recita il famoso proverbio africano).

Ed eccoci qui, insieme, a parlare proprio insieme di “figli” (e quanto è rassicurante vedere in quanti eravate, tra genitori, insegnanti, nonni e colleghe!).
Parto da una premessa: conoscevo il collega Pellai per i suoi libri, che ho letto e che spesso consiglio ai genitori che si rivolgono a me per affrontare questioni educative relative ai figli. Di persona però era la prima volta che lo incontravo e sono rimasta molto colpita dal mix raro che si percepisce in un professionista: una solida teoria dell’educazione e della psicologia evolutiva che si mescola, amalgamandosi totalmente, con un’esperienza concreta di marito e padre di 4 figli, ora preadolescenti-adolescenti. Mi è ancor più chiaro quindi il motivo del suo successo, non solo in una buona Psicologia, ma soprattutto in un modo di raccontarla e presentarla concreto, reale, fatto di vita, di battaglie, di frustrazioni, ma anche di continue messe in gioco come genitore.

pellai educare

Il focus di questo incontro non è stata l’educazione intesa come il provvedere alle cure fisiche verso il figlio (quel “non di solo pane” che è stato posto come titolo del presente articolo). Non c’è da stupirsi che questa sottolineatura; basterebbe infatti tirare indietro l’orologio di una ventina d’anni per rendersi conto di quanto non fosse assolutamente necessario e comune pensare al figlio come bisognoso di chissà quali cure emotive e, di conseguenza, di chissà quale educazione-emotiva e affettiva.

Oggi però un’educazione non può prescindere da questi temi: non è sufficiente fermarsi alla cura fisica del figlio ma anche e soprattutto occuparsi della cura emotiva, fatta di continue scelte educative adeguate.

A proposito di scelte “educative”, al giorno d’oggi è “naturale” vedere nei locali, in metropolitana, nei vari contesti di vita sociale, una abituale “scelta” che i genitori fanno per nutrire i propri figli: di fronte alle loro lamentele e pianti è tristemente frequente assistere al passaggio del cellulare dalle mani degli adulti a quelle dei piccoli.

Fermiamoci però a riflettere. Se il figlio piange significa che sta comunicando un bisogno: può essere che non si senta guardato, che si annoi, che provi un disagio a livello fisico. La risposta del cellulare che viene dato al bambino appare al piccolo e ai genitori come una risposta magica, che cattura il bambino e che solleva immediatamente i genitori dalla frustrazione, dando fine a quel fastidioso pianto. Questo accade perché il cellulare è uno strumento potentissimo, estremamente stimolante e attivante. Succede però che più i genitori scoprono che il cellulare tiene tranquillo il figlio, più si genera un circolo che rende il figlio dipendente da quell’oggetto, senza mai risolvere il motivo inziale del disagio, manifestato nella lamentela o nel pianto.

Il genitore non va oltre, non si domanda “perché” mio figlio piange, cosa c’è che non va. Semplicemente, consegna al figlio un rumore più forte che copre quello che il bambino sente dentro. Così facendo, quel bisogno di fondo non viene mai soddisfatto, né tanto meno ascoltato, restando irrisolto.


Il bambino, in tal modo, impara a non-risolvere i suoi bisogni all’interno di una relazione con una persona che dovrebbe fargli da allenatore della vita (il genitore), ma mette il bisogno da parte, rimpiazzando sopra al suo bisogno qualcosa che copra totalmente l’ascolto di sé e, di conseguenza, la ricerca di una adeguata risposta a quel disagio.
Se il compito del genitore è assumere su di sé la fatica che il bambino non regge in quel momento della sua vita (per una logica immaturità psicofisica e posizione di dipendenza totale dal genitore), sta al genitore prendere la fatica del figlio, la sua frustrazione, elaborarla, digerirla e restituirgliela all’interno di una relazione, nella quale il figlio si possa sentire amato, sicuro, protetto.

Tutto questo processo farà sentire il figlio davvero pronto per la vita, lo preparerà ad affrontare le varie situazioni che gli capiteranno, dimostrandosi capace di dare ai suoi vissuti un nome, di inquadrarli e di poterli risolvere. Se, invece, un genitore non permette al figlio di allenarsi a questo ascolto e alla risoluzione delle sue frustrazioni, sarà inevitabile ritrovarsi, con il passare degli anni, di fronte ad un figlio incapace di esprimere ciò che prova a livello di emozioni, ma semplicemente (e immaturamente) in grado di segnalarle con richieste fisiche (comportamenti aggressivi, incapacità di socializzare e integrarsi con gli altri, in difficoltà nell’affrontare i vari turbamenti naturali e fisiologici a cui la vita mette di fronte, ecc). In pratica, questo bambino, poi adolescente e adulto, mancherà di quegli elementi fondamentali di elaborazione delle sue sensazioni, proprio perché non ha mai imparato a farlo.

Questi saranno i NON-strumenti che i suoi adulti di riferimento – i genitori – gli avranno trasmesso.

Proseguendo la sua esposizione, il Prof. Pellai introduce poi uno spezzone dal film Cinderella man. Una ragione per cui lottare (2005), nel quale un bambino compie un’azione trasgressiva (ruba un salame) e incontra però, dalla parte dei suoi adulti di riferimento, un padre che offre una sana risposta educativa, pur vivendo egli stesso, in prima persona, i suoi drammi (non trova lavoro e non ha i soldi per pagare il cibo). Nel film, il padre si pone interiormente una domanda fondamentale: “Cosa è successo in mio figlio da portarlo a fare una cosa che non aveva mai fatto prima?”. Molti padri proverebbero vergogna, urlerebbero e criticherebbero il figlio, scivolando non di rado in frasi che poi rimangono impresse come un marchio sul cuore: “Non ti riconosco come figlio. Tu non sei mio figlio. Non è questo ciò che ti ho insegnato. Sei una delusione” (frasi che molti miei pazienti in studio mi hanno riportato rispetto alle loro vicende familiari passate).

Questo padre interviene immediatamente sull’errore commesso dal figlio, (gli fa riportare il salame in macelleria); non glissa, non posticipa, non sorvola, ma nemmeno giudica.

In un secondo momento, dopo questa azione riparativa, camminando con il figlio per mano (mantenendo, cioè, una vicinanza fisica) genera uno spazio di ascolto che permette al bambino di rivelare l’origine del suo gesto: il padre si accovaccia, rimanendo con lo sguardo allo stesso livello del figlio e con voce calma gli domanda come mai avesse compiuto quel gesto.

In questa disponibilità e apertura del padre verso il figlio, quest’ultimo può liberamente rivelare l’origine del suo gesto: la paura di essere mandato via dalla famiglia per la mancanza di cibo, così come era successo ad un suo amico (il film è ambientato durante la Grande Depressione americana). A questa rivelazione segue una promessa che entrambi si scambiano (senza mascherare alcuna forma di ricatto): “Promettimi che non ruberai mai più. E io ti prometto che non ti manderemo mai via di casa”. Il padre lo aveva rassicurato: non ti manderemo mai via di casa, ce la faremo. La scena si conclude con il pianto del bambino, espressione del totale rispecchiamento che il padre gli aveva offerto: lo aveva visto, dietro al gesto trasgressivo il padre aveva visto cosa si stava muovendo.

In questo spezzone del film c’è la dimostrazione di un genitore che, prima di agire e senza urlare e giudicare, offre al figlio alcuni fondamentali strumenti di relazione: lo sguardo, la voce ferma ma sicura, una scelta di parole adeguata, e il corpo presente, vicino, senza lasciare e far sentire il figlio abbandonato (quanti genitori, quando sono arrabbiati, tengono il broncio per giorni – non minuti ma GIORNI – ? Quanti si allontanano dal figlio fisicamente, non guardandolo e facendo realmente finta che non esista di fronte a loro, mentre sono in preda della loro rabbia e sofferenza?).

Ecco quindi alcuni strumenti di relazione che i genitori dovrebbero tenere ben presenti:

  1. Guardami: quanto mi guardi tu mamma, tu papà? Mi presti i tuoi occhi, la tua attenzione? Sono prezioso ai tuoi occhi?
  2. Parlami: quali parole usi, mamma/papà, per parlare A me, CON me e PER me?
  3. Stammi vicino: soprattutto quando i figli sono piccoli, la vicinanza fisica è fondamentale, considerando che è necessario abituare i figli, con la crescita, a spazi di autonomia e dimostrandosi flessibili e capaci nel modificare quella vicinanza in base all’età e fase di vita del figlio. Molti genitori faticano a capire quale sia la collocazione dei figli: quale vicinanza mantenere? Nella mia pratica clinica è capitato più volte che genitori mi riportassero l’abitudine (e il piacere) familiare di avere il figlio di 8 anni ancora sul lettone o la situazione in cui la madre dorme con il figlio 12enne e il padre sul lettino nell’altra camera. Ma la distanza ha anche a che fare con la capacità di lasciare i figli fiduciosamente ai campi-scuola senza ossessionare gli animatori con la richiesta di foto e telefonate.

Con la crescita, essere vicini ai propri figli non significa stargli “fisicamente” affianco, ma essere in grado di rimanere vicini con il pensiero, con le autentiche attenzioni. Un figlio chiamato a 11 anni “patatone”, ma che poi è abbandonato a se stesso con il cellulare, non è un figlio che si sta tenendo “vicino”. Poi si scopre che passa ore a visionare materiale pornografico!

Oggi abbiamo a che fare con una reale emergenza educativa. Risulta però strano che, se si parla di “Coronavirus” e di “incendi in Australia”, in molti si preoccupino e si attivino; diversamente, la constatazione che i propri figli sono nel baratro della solitudine e del rischio evolutivo NON è vista come una reale emergenza…

L’accesso incontrollato dei giovani al virtuale e all’abbondante materiale pericoloso per loro, nel senso che non è (per la loro immaturità psicofisica) integrabile in un “senso”, dovrebbe aumentare ancora di più l’allarme e la domanda martellante che dovremmo avere in testa dovrebbe essere: di cosa si stanno nutrendo i nostri figli? che potremmo anche formulare in “cosa stiamo accettando di dare ai nostri figli? Di quale cibo tossico per la mente e lo sviluppo siamo diventati passivi fornitori?

Rispetto alla sfida trasgressiva, se l’adolescente lo mette in atto senza tanti scrupoli, il preadolescente inizia a compierla mostrandosi palesemente impacciato: da un lato, è ancora “bambino”, sa, sente che è una cosa che non si dovrebbe fare, ma dall’altro lato, quello del ragazzo che tende all’adolescenza, ha tutto il desiderio e la curiosità di andare-oltre. Nella vita reale, quando un preadolescente sta per visionare nel suo smartphone del materiale inadatto alla sua età, si guarda attorno mille volte per tenere sotto controllo l’adulto, per non essere sgamato. In quel controllo verso il genitore c’è, però, anche un’implicita richiesta: “Ehi tu, mamma, papà, mettimi le regole, io non sono in grado di auto-regolarmi da solo!”. Succede, tuttavia, che spesso questo genitore o non arriva mai (è concretamente fuori casa) oppure e non è in grado di far fronte a quella trasgressione in maniera educativamente adeguata (si può sentire imbarazzato, impacciato, privo di strumenti). In quei casi, se si scova il figlio coprire totalmente il suo schermo impedendone al genitore la vista, è utile che questi non rimandi a qualche altra figura educativa la risoluzione di ciò che da quel comportamento sembra emergere come problema (il padre alla madre e viceversa), ma si assuma la responsabilità di ciò che sta accadendo: “Ok, stai guardando qualcosa che pensi io non debba vedere, che ritieni possa non trovarmi d’accordo. Guardiamo insieme questo materiale, ho lo stomaco forte. Non mi spavento. Poi capiamo insieme ciò che hai di fronte”. Questo atteggiamento vale sia per il materiale virtuale sia per la musica (dato che in questi giorni si sta tanto/troppo parlando del testo proposto da Junior Cally a Sanremo).

Occorre che i genitori siano sempre più in grado di assumersi una responsabilità educativa nei confronti dei propri figli e ciò non significa altro che “nutrire”: i genitori sono responsabili della sopravvivenza dei propri figli, mentre danno loro se stessi come cibo nutriente, necessario per una crescita sana. Poi il mondo ci metterà il suo, è certo e inevitabile. Ma a gettare nel terreno della vita i primi e fondamentali semi buoni saranno sempre i genitori.

TRE QUALITÀ DEL GENITORE – BUON EDUCATORE

In chiusura, il Prof. Pellai sintetizza tre aspetti che ritiene prioritari nell’acquisizione da parte del genitore del ruolo di educatore:

1. Essere testimoni: che passione abbiamo noi adulti per la vita? Se un adolescente vede i suoi genitori tornare da lavoro sempre stressati e frustrati, quale immagine gli verrà restituita della vita da adulti? È forse questo “essere adulti di valore”? È per questo che il giovane dovrebbe smazzarsi, studiare, impegnarsi…? E ancora, i genitori che sono stremati dai loro figli preadolescenti-adolescenti, danno loro anche riconoscimento e valorizzazione o continue e costanti critiche?

2. Concretamente, cosa fanno i genitori per essere esempio per i loro figli? Dare esempio non significa “essere esemplari” perché anche noi adulti ci trasciniamo con noi i nostri errori. Quante volte capita però che un genitore riconosca e ammetta di fronte ai figli di aver sbagliato? Chi di voi, dopo uno sfogo esagerato e fuori controllo, ha mai pronunciato al proprio figlio: “Ieri hai visto la peggior versione di me, se potessi tornare indietro per riscrivere la storia lo farei, ma non è possibile, spero non succeda mai più”. Si è subito pronti a giudicare i figli quando in primis si è incapaci di assumersi il controllo e la responsabilità della propria vita e delle proprie scelte. È necessario riflettere su ciò che si fa in prima persona. Altri esempi: discutiamo con i figli per ciò che postano nei social quando noi postiamo foto personali e di loro; ci arrabbiamo perché i figli fanno cyberbullismo ai loro compagni in whatsapp, quando noi genitori insultiamo il mister della squadra di nostro figlio per le scelte fatte in campo oppure insultiamo i genitori dei compagni di scuola nel gruppo whatsapp della classe. Per dare l’esempio dobbiamo innanzitutto avere più autocontrollo; litighiamo con il figlio per l’uso incessante del cellulare e poi quando siamo in casa non siamo capaci di scollarci da computer, cellulare, televisione….

3. Essere risolti: quanti genitori continuano a sentire vivi dentro di sé problemi, ferite e traumi antichi che nulla hanno a che vedere con i loro figli ma, semmai, con il loro essere stati figli? Essere in grado di prendersi cura di ciò che non ha funzionato in passato è RESPONSABILITÀ del genitore.

È ovvio e sano che i figli chiedano i prodotti del Paese dei Balocchi, ma è indiscutibile che i genitori debbano mettere dei limiti e decidere quale “cibo” dare loro. I figli ci domandano migliaia di cose che secondo loro li fa stare bene, purtroppo però la maggior parte di queste cose li fa stare-bene ma non gli fa-bene. E di fronte ai “no” che aiutano a crescere non si è “amabili” per i propri figli. No, si deve accettare, come genitori, di avere il figlio contro per qualche minuto, ora o giorno, però questi limiti sono fondamentali per lui e possono essere da lui accettati se sono accompagnati da un contorno già preparato nel corso della vita insieme, fin dalla prima infanzia, avendo dedicato ai propri figli affetto autentico, cura, attenzioni, presenza, dedizione, e tempo non solo quantitativo ma anche qualitativo.

Il Prof. Pellai ha terminato l’incontro leggendo la lettera che lui stesso ha scritto al figlio in occasione del suo 18º compleanno, lettera che qui riporto integralmente, perché merita di essere letta e meditata (la potete trovare nel libro A. Pellai, “Da uomo a padre. Il percorso emotivo della paternità”, Mondadori, 2019).

Quando sei arrivato di te non sapevo niente.
E anche di me sapevo pochissimo.
Ti ho guardato e mi sono interrogato.
Chi eri tu per me?
Chi ero io per te?
Più ti guardavo, più mi confondevo.
Sei stato gioia e paura. Tutto insieme. 
Poi ti ho guardato meglio. È vero. Di te non sapevo niente. Di me sapevo poco. Ma potevo imparare. E tu mi potevi insegnare.
Mi sono messo in cammino. Tu maestro. Io allievo. A volte riuscivo bene. A volte così così. Ma tu sei stato paziente. E alla fine imparare da te è stata la scuola più bella che potessi frequentare.
Quando mi stringevi la mano e mi dicevi: «Papà vieni», ho imparato la felicità. Quando cantavo la ninna nanna per addormentarti, ho imparato la pazienza. Quando mi aspettavi alla stazione, mi hai insegnato la gioia del ritorno a casa. Quando sei guarito dopo essere stato in ospedale, mi hai insegnato la speranza.
E poi grazie per il dono della tenerezza. Io non sapevo che cosa fosse. Ma la sera in cui i tuoi piedini entravano a mala pena in quelle ciabattine di pelle blu, io ti ho trovato così tenero e perfetto che terrò per sempre quell’immagine nel mio cuore. 
E poi grazie perché anche se non ho mai imparato a giocare quasi a niente, con te ho inventato il gioco dei livelli in piscina, il nostro gioco. Che è diventato il gioco di tutte le estati, con i tuoi fratelli e sorelle. 
E poi mi hai insegnato, crescendo, che non si deve essere uguali per andare d’accordo. E che si può litigare, sentendo male, ma senza farsi male davvero. Perché alla fine dei nostri litigi, non ci sono ferite da medicare. E non ci saranno cicatrici da portarsi addosso. 
Non le sapevo tutte queste cose. Ma tu me le hai insegnate. Non so se le ho imparate bene. Ma ora so almeno di quali ingredienti è fatta la ricetta della felicità.
Ti scrivo queste parole proprio nei giorni in cui tu sei diventato maggiorenne. Ora non posso più frequentare la tua scuola. Perché tu non sei quasi mai in aula. 
Però quello che mi hai insegnato cerco di non dimenticarlo più. E ogni giorno lo ripasso dentro di me. Come una poesia a memoria che impari da bambino e poi non te la dimentichi più.
Sei diventato maggiorenne dall’altra parte del mondo. Io qua. Tu là. Ci siamo fatti gli auguri via WhatsApp. Poi ci siamo visti su uno schermo. E il cuore mi batteva forte. Proprio come il giorno in cui sei nato.
Ecco, figlio mio. Mi hai insegnato come si fa a far battere forte il cuore. Anche se sei dall’altra parte del mondo, mi abiti dentro. E ogni tuo ritorno sarà festa. Così come ogni tua partenza.
Perché ti ho dato radici affinché ti spuntassero le ali.
E non c’è niente che mi rende più orgoglioso e felice che vederti volare.
(Tratto da : “Da uomo a padre. Il viaggio emotivo verso la paternità” di A.Pellai, Mondadori Ed., in uscita il 2 aprile 2019)
Quando mio figlio ha compiuto 18 anni era dall’altra parte del mondo. Gli ho scritto una lettera. Il nostro viaggio insieme, in quel momento, era arrivato ad un traguardo molto importante. Che rappresentava una nuova partenza. Ho sempre invitato i papà a lasciare tracce scritte al proprio figlio. Parole che sopravvivranno a noi e che rimarranno come segni tangibili dell’unicità di una relazione che per noi uomini è la più importante di tutte. Parole che spesso, da figli, i nostri padri non ci hanno detto e tantomeno scritto. In questo giorno in cui si celebra la paternità, io condivido la mia con voi con lo scritto che ho inviato a mio figlio (che mi ha autorizzato a farlo). Questa lettera chiuderà il libro dedicato alla paternità, che uscirà per Mondadori il 2 aprile, un libro intitolato: “Da uomo a padre. Il viaggio emotivo verso la paternità”. Un libro in cui ho cercato di raccontare le trasformazioni emotive che accompagnano un uomo nel suo passaggio a padre. Un libro che aiuterà gli uomini che stanno per diventare padri e quelli che lo sono già, ma anche le donne che vivono al loro fianco, per aiutarle a capire che cosa succede nella mente e nel cuore di un uomo che diventa papà. 
In questa giornata dedicata ai papà, invito a condividere questo testo con più padri possibili. E propongo ai papà di scrivere una lettera al proprio figlio. Da consegnare magari il giorno in cui quel figlio diventa maggiorenne.

© DR.SSA ILARIA CADORIN
Psicologa n°9570 Albo Psicologi del Veneto
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LA FELICITÀ: DOVE TROVARLA?

Per i tanti che seguono le mie pagine social, il tema della felicità non è nuovo proprio perché ne ho parlato qualche giorno fa in una delle stories di Instagram. Questo articolo infatti prende il via da un libretto che ho acquistato intitolato “Meglio essere felici”, tratto da una conferenza che il sociologo Zygmunt Bauman tenne in Italia qualche anno fa. Il presupposto dal quale Bauman parte è il riflettere sul fatto che la “felicità” è qualcosa che tutti noi ricerchiamo, tanto da poter ammettere senza troppe esitazioni che è sicuramente meglio essere felici che infelici, ma che, a parte questo primo assioma, ci ritroviamo tutti spaesati e di certo non concordi nel definire univocamente una definizione di “felicità”.

La felicità secondo voi

Mentre leggevo questo libretto infatti, in una delle mie stories, vi ho chiesto cosa fosse per voi la felicità e le risposte che mi sono arrivate rimandavano alla famiglia, alla salute, allo stare senza ansie e preoccupazioni.

Qualcuno, più nello specifico, mi ha scritto: “mangiare insieme alla persona a cui voglio bene”, “sentirmi in pace con me stessa e con il mondo”, “trasformare un problema in opportunità”, “avere un lavoro”, “la presenza degli amici”, “’l’appagamento emotivo”, “quando la consapevolezza di ciò che siamo è accettata”, “essere me stesso”, “amare, essere amata, stare bene con le persone e con me stessa”, “vedere i figli sereni”, “essere in equilibrio”, “quando salute, lavoro, famiglia, amicizia, ed eventuali sogni nel cassetto sono realizzati e allineati”.

Qualcun altro mi ha parlato di “attimi” di felicità: un bagno caldo, ascoltare la canzone preferita, un “ti amo” detto con il cuore, il sorriso di chi si ama, “le domeniche d’inverno in pigiama”; un film, un abbraccio. Potete constatare voi stessi quanto le risposte siano diverse, tutte, direi, condivisibili, ma ognuno di voi ha dato, per la sua storia personale, più importanza a un elemento che ad un altro nel descrivere il suo significato di “felicità”.

Due visioni opposte

In quella conferenza Bauman, cercando di giungere ad una definizione di questo “stato”, ipotizzò due diversi significati:

– uno è quello di felicità come assenza di ansie, preoccupazioni, problemi, disagi e ostacoli,
– l’altro, opposto, è nel vedere la felicità  non come assenza di ostacoli ma come superamento di quegli stessi ostacoli.

Il principio di piacere non è eterno

Cita poi Freud, che nel riflettere sul “principio di piacere e di realtà” c’ha speso la vita, e considera come per Freud pensare di vivere nello stato di piacere (condizione necessaria e fondante nell’infanzia) non sia proprio possibile perché crescendo tutti noi, chi prima chi dopo, ci scontriamo con il “principio di realtà”, ovvero con la durezza della realtà che non sempre ci coccola e ci protegge ma che a volte ci dà delle belle botte sui denti. Questo lo impariamo fin da piccoli quando vorremmo la mamma ma caspiterina siamo all’asilo e la mamma non c’è. Eccoci a fare i conti con il principio di realtà. E addio al principio di piacere.

Felicità come scelta personale

Riprendendo quelle due categorie di significato (assenza di ostacoli/risoluzione di ostacoli), Bauman sottolinea la soggettività del termine “felicità”, che per ognuno è diverso e che dipende da una scelta personale vederlo in un modo o in un altro. Scelta “libera”… più o meno però. Perché tutti noi facciamo i conti con due fattori della vita umana che ci influenzano e condizionano.Il primo è dato dal destino (o fato), che non dipende da noi e che non possiamo influenzare (ad esempio la fortuna di essere nati in un Paese ricco rispetto ad un Paese povero; mettiamo un attimo da parte tutte le considerazioni sulla ‘legge dell’attrazione’). L’’altro fattore che ci condiziona è dato dal nostro carattere, su cui invece possiamo lavorare per migliorarlo e cambiare ed è grazie a questo che possiamo agire nella realtà operando scelte (scelte sempre basate però su un qualcosa che ci è dato dal “destino”).

Destino e carattere

Come sociologo poi Bauman si domanda quali possono essere le cause della felicità o dell’infelicità considerando che sia il nostro destino sia il nostro carattere sono influenzati dal tipo di società in cui viviamo e a tal proposito fa riferimento alla paura dell’inadeguatezza, in una società nella quale il confronto con gli altri è a portata di click e dove in tempo zero possiamo sbirciare nelle case e nelle vite di qualsiasi persona di successo, mossi (questo lo scrivo io) dalla pretesa di poter diventare tutti dei “VIP”, degli influencer. Sono frequentissimi i profili in IG di giovani/giovanissimi senza competenze, senza studi, senza qualche “dote particolare”, che cercano di vendere nei social la propria immagine: begli scatti, colori giusti… e stop. Stop perché per questi giovani non c’è nulla, oltre l’immagine, da poter proporre al mercato.

A tal proposito Bauman usa una formula estremamente concisa per descrivere lo stile di vita dei nostri giorni:

«Comprare con i soldi che non si sono guadagnati cose di cui non abbiamo bisogno per fare una buona impressione – che non durerà – a persone di cui non ci importa nulla».

Z. Bauman

Wow. Non so voi ma io sono rimasta senza parole: è la descrizione esatta dei nostri giorni. Anzi, non totalmente esatta, sfortunatamente, perché sempre di più quel “a persone di cui non ci importa nulla” ha acquisito negli anni un potere di vita o di morte. Si tratta dei followers, dei seguaci, di chi commenta, di chi clicca o meno il suo like. Caspita, quanto potere diamo a questo pubblico virtuale! Così tanto potere da far prendere alla nostra vita una piega anziché un’altra proprio per assicurarci il pollice alto, la popolarità.

Se solo i grandi del passato potessero tornare e parlare…!! Mi domando cosa potrà mai nascere di buono da menti che non stanno lavorando e producendo nulla di nuovo e su questo penso che se tutti i giovani avessero la mente della Ferragni non mi vergogno a dire che ipotizzo ci potremmo ritrovare in una realtà dove tanti giovani diventano imprenditori di e in qualcosa… invece abbiamo troppi giovani che tentano di copiare – male – altri, senza averne gli strumenti e nemmeno la voglia di farsi il “mazzo”

Sicuramente, continua Bauman, il mercato e la Società non ci aiutano a stare bene anche perché un mercato “consumistico” per ottenere il suo obiettivo (farci comprare) deve prima di tutto farci sentire carenti, bisognosi sempre di qualcosa di diverso e di nuovo e, di conseguenza, sempre insoddisfatti. Ho comprato l’iPhone X! Oddio. Tra un mese esce l’iPhone 11. Ho comprato l’aspirapolvere Folletto! Mannaggia. Adesso c’è il Dyson che è migliore. E così via. L’insoddisfazione crea il desiderio e lì il Mercato pesca i suoi acquirenti.

La paura da cui cerchiamo du fuggire

Andando ancora oltre con le riflessioni, Bauman identifica un altro virus velenoso della nostra epoca usato dal Mercato per cogliere le sue vittime: la solitudine.

Non è un caso se Facebook ha avuto e continua ad avere così tanto successo: ha colto il bisogno delle persone di non-sentirsi-sole.

Attenzione, lo riscrivo: non sentirsi sole. Questa frase non equivale a “essere in relazione”. Sottolineo questo aspetto perché è proprio questo che Zuckerberg ha colto: le persone, oggi, hanno un’enorme paura di essere sole, abbandonate, senza amici, ma al contempo non sono in grado di relazionarsi e di giocarsi, nella relazione, anche la frustrazione che i rapporti danno, il scendere a compromessi con i bisogni dell’altro, non tenendo conto solo dei propri, cosa che nel mondo virtuale invece non succede mai.

Non ho voglia di continuare la conversazione? Evito di visualizzare. Non rispondo. Mi metto offline. Rispondo quando ho voglia. Insomma: vogliamo le relazioni, ma quelle a comando. Ed è proprio quello che il virtuale oggi ci permette di fare!! E alla fine, rimaniamo solitudini in finte e vuote relazioni fatte di nulla.

E quindi, dove trovare la felicità?

Peccato che, alla fine di tutte queste parole, la conclusione rimane sempre e solo una: l’essere umano è un “animale sociale” che ha bisogno di vivere nelle relazioni, in vere, fatte di carne e di ossa e che la felicità non risiede nel mondo virtuale ma in contatto con le altre persone. Dice Bauman:

La felicità non risiede soltanto nello scambio di baci, questa è la parte più facile, ma sta anche nel litigare animatamente con gli altri, nelle discussioni, nei tentativi di negoziazione, nei litigi, nel provare a capire le ragioni dell’altro. Ecco dove comincia la felicità. Se non dovesse partire da qui, allora credo che non abbia grandi chance di esistere nella società contemporanea.

Z. Bauman

Per te cosa è la felicità? Fammelo sapere commentando questo articolo!

© DR.SSA ILARIA CADORIN
Psicologa n°9570 Albo Psicologi del Veneto
www.ilariacadorin.com

ILARIA CADORIN

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TI BASTI TU

LETTERA DI UNA PSICOLOGA A BABBO NATALE: CI SI RISENTE

Caro Babbo Natale,

Dopo un paio di anni dalla mia ultima lettera a te come psicologa, sono tornata a scriverti.
È una sera di dicembre. Ma potrebbe anche essere ottobre, agosto, giugno o febbraio.
È una sera dopo lavoro, dopo diversi colloqui, dopo parole che hanno riempito queste quattro mura del mio studio di storie ed emozioni di vita.

La Sindrome del Salvatore, sono certa, è anche dentro di me, proprio per la scelta professionale che ho fatto; ma è una dinamica che ho ben presente, a cui ho dato un nome e che so tenere a bada.

Però questa sera di dicembre, come quelle di ottobre, agosto, giugno o febbraio, e dopo aver incontrato nel mio studio Cinzia, Giulio, Matteo, Martina, Anna, Luisa, Marisa, Alessandro, Camilla, Enrico e molti altri adulti, adolescenti e bambini… io vorrei tanto chiederti una cosa.
So che andrebbe contro i miei interessi, perché io, con questo lavoro, ci pago le bollette.
Ma vorrei tanto, davvero tanto, che i nodi dei miei pazienti si potessero sciogliere “magicamente”.

Sì, lo so, sono io stessa a dire ai miei pazienti che “la bacchetta magica non esiste e se esistesse l’avrei già data io a loro”.
E so anche, prima ancora che per esperienza professionale, di certo per la mia storia personale, che questo della psicoterapia è uno dei tanti e buoni percorsi di vita per lavorare sulle proprie ferite, per imparare a stare in una sana e buona relazione, con l’altro, il terapeuta, e interiormente con le proprie parti buone, sane, quelle che ci servono per stare bene, per crescere, evolvere.

Ricordo con il cuore pieno di affetto la mia analista. Affetto vero, puro, perché quello che si crea nel rapporto con la terapeuta è qualcosa di unico, non replicabile: quello è il Nostro spazio, abbiamo una persona che è lì, con corpo, mente ed emozioni, tutte per noi, per aiutarci, per sostenerci, a volte anche per “cazziarci”, quando la nostra parte bambina fa i capricci e stringe i pugni per rimanere nella sofferenza, replicando schemi, dinamiche e modelli non buoni per noi. La psicoterapeuta è lì, per noi.

Lo so, lo so, il mondo è vario e si possono trovare mele marce ovunque, però io non posso e non voglio fermarmi su quelle. Voglio pensare ai tanti che lavorano bene, con il cuore, non per il guadagno materiale (che pur serve per arrivare a fine mese), ma per il guadagno interiore.
Ci sono sicuramente moltissimi lavori arricchenti, come quello del medico, dell’insegnante, ma anche quello della barista, del commesso all’ortofrutta, del calzolaio. Tranquillo, riconosco che anche il tuo lavoro è di valore e non di poco conto: arricchisci la fantasia dei bimbi, li fai sognare emozionati nei giorni precedenti al tuo arrivo manifestato con i pacchi colorati sotto l’albero (e tu sai quanto io adori il Natale!)… ma, senza offesa, il tuo lavoro dura pochi giorni l’anno!

Il mio è continuo, costante. Sono a contatto con dolore. Lacrime. Fatiche. Ferite mai cicatrizzate. Amputazioni del cuore. E su questo, con i miei pazienti, impariamo a starci, buttando fuori la rabbia, la frustrazione, il dolore immenso, piangendo tutte le lacrime che si hanno e arrivando a finire la mia scorta di Clinex sulla scrivania.

Ma, vecchio mio… tu non puoi immaginare che emozioni pazzesche si vivono in quello spazio di terapia. Quando si assiste alla nascita di un nuovo pensiero illuminante, alla scoperta e presa di coscienza che si possono fare altre cose e in altri modi rispetto a come si sono fatte fino a quel momento, che si può lottare per stare Bene, che si può esigere di avere un rapporto di coppia appagante e che, per questo, occorre tirare su le maniche non di due braccia, ma di quattro; le risate in seduta, le metafore che io e il paziente costruiamo per dare forma alla sua storia, per renderla concreta, più chiara ed esplicita.

Però… oggi è una sera di dicembre.
Fra pochi giorni terminerò le mie sedute dell’anno. 

Rivedrò i miei pazienti a gennaio e passeranno due-tre settimane senza i nostri incontri fissi, certi e costanti, e già questa è una magia in un mondo liquido dove tutto può cambiare, variare, dissolversi e distorcere alla velocità della luce.

In questa sera di dicembre, che potrebbe anche essere di ottobre, agosto, giugno o febbraio, ti chiedo di guardare Cinzia, Giulio, Matteo, Martina, Anna, Luisa, Marisa, Alessandro, Camilla, Enrico e tutti gli altri “miei” adulti, adolescenti e bambini e, perche no, anche quelli che non conosco, che avrebbero tanto bisogno di aiuto, ma non hanno il coraggio di fare quel primo passo verso il cambiamento.

Regala loro un istante di serenità. Non ho la pretesa che tu faccia passare loro un periodo “da sogno”, lo abbiamo detto che la magia non esiste. Però un istante, anche solo un istante di serenità, regalaglielo: guardando fuori dalla finestra il cielo stellato, mangiando un cibo che piace da impazzire, ascoltando i canti di Natale mentre fanno commissioni in giro per il centro, in una risata con i propri amici o familiari nel giorno di Natale.

Ti chiedo solo questo.
Grazie.


© DR.SSA ILARIA CADORIN

Psicologa n°9570 Albo Psicologi del Veneto

www.ilariacadorin.com

ILARIA CADORIN

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TI BASTI TU

QUANDO LA CHAT DIVENTA PIÙ IMPORTANTE DELLA REALTÀ

L’inganno dei siti di incontri e la dinamica psicologica alla base dei rapporti virtuali

Avete presente quei siti di incontri in cui ci si iscrive, pagando fior fior di soldi, che si trasformano in “crediti” per poter chattare con donne e uomini pronti e disponibili per una relazione?

Se non ci avete mai fatto parte direttamente, sono certa che a tutti voi prima o poi sia capitata sotto gli occhi una pagina internet o una pubblicità di questi Servizi di Siti di Incontri. L’obiettivo che questi siti garantiscono per accalappiare l’utente, uomo o donna che sia, è spesso quello di trovare la persona giusta per sé e, lo sappiamo, l’ideale della “perfetta metà” anche a fronte di delusioni e fallimenti amorosi di ogni sorte, non sparisce mai.

Moltissimi possono essere i motivi per cui ci si iscrive, come ad esempio per la paura di rimanere single, per distrarsi con un chiodo schiaccia chiodo, o per sentire che “si riesce ancora a conquistare” (ad esempio, uomini di 65 anni) e tutto questo via internet perché questo tipo di “conoscenza” consente una maggior immediatezza e facilità rispetto al mondo reale.

Il programma televisivo LE IENE, in onda su Italia 1, è riuscito a smascherare cosa ci sia davvero dietro a molti di questi Servizi e la realtà che è emersa è sorprendente.

Sono stata intervistata da Matteo Viviani per Le Iene, per trarre delle considerazioni psicologiche rispetto alla dinamica che fa da sfondo a questo tipo di relazioni che si creano via chat.

Qui il link al video: https://www.iene.mediaset.it/video/siti-incontri-dating-online-nuove-dipendenze-sesso_316464.shtml

Se non hai modo di vedere il video de Le Iene, riprendo qui alcuni punti fondamentali in modo che anche a te che stai leggendo sia chiara la realtà scoperta da loro rispetto ai siti di incontri.

Il commento che darò, e che troverai a seguire nell'articolo, si estende però anche a tutte quelle situazioni in cui si rimane per mesi e mesi a scrivere a donne o uomini (che sia tramite Messenger di Facebook, Whatsapp, Instagram, Telgram e i vari sistemi di messaggistica che tutti noi conosciamo) che non si hanno incontrato dal vivo, e senza arrivare a vedersi e conoscersi di persona,  trasformando quel rapporto virtuale in reale.

Ma facciamo un passo per volta. Prima di tutto vediamo…

Come funzionano i siti di incontri?

Le agenzie che gestiscono questi servizi sono moltissime ma la modalità di fruizione è più o meno la stessa. Per entrare in questi portali e avere accesso a una miriade di fantomatici uomini e donne single, è necessaria solo una cosa: avere soldi e spenderli. Questi soldi si trasformano in crediti che vengono spesi per chattare; alcuni siti prevedono un totale mensile, altri invece considerano il prezzo a messaggio.

Poco dopo l’iscrizione, si viene contattati da ragazze/donne che tendenzialmente scrivono un messaggio molto diretto e a sfondo sessuale, manifestando la loro disponibilità e apertura, cosa che sappiamo essere spesso un amo per i maschietti.

Ci si comincia quindi a scrivere e a conoscere ma l’uomo, che sta scrivendo alla bellissima ragazza che vede nella foto profilo, ha anche l’interesse principale (apparentemente almeno, poi scopriremo perché) di conoscere dal vivo quella bella donna e rendere concreta la conoscenza, oltre al desiderio di risparmiare soldi potendo traslare dal portale della chat a pagamento, agli altri sistemi di messaggistica.

Con Le Iene, abbiamo analizzato alcune conversazioni , notando che nell’arco di pochissime ore, il rapporto tra utente e operatore si trasformava già in una conoscenza più profonda, nella quale i due protagonisti condividevano racconti, difficoltà (come litigi con il/la partner, situazioni particolari con i figli), chiamando l’altro/a con nomignoli quali amore, tesoro, ecc, cosa che nella realtà non avverrebbe di certo con tale rapidità e immediatezza.

Spesso ci si invia foto e, se il Sito di Incontri è “reale” (e un po’ di dubbi sull’autenticità della totalità dei profili inseriti in questi siti la possiamo avere), lo scambio è equo tra l’uno e l’altra e dopo qualche tempo si decide di incontrarsi.

Il problema è che spessissimo, al conoscersi “realmente” non si arriva mai. Perché? Una motivazione, finalmente, gli autori e creatori del servizio de Le Iene sono riusciti a dimostrarla.

La verità dietro ai siti di incontri

I profili di donne che si trovano nei siti, non sono reali, ovvero non esistono, ma semplicemente appartengono ad un grande server di foto che le Agenzie acquistano. Detto ciò, è chiaro che a scrivere nelle chat non può essere quindi quella bellissima ragazza/donna che si è vista nella foto. E, quindi, a chi è che si sta scrivendo?

Ad un operatore di un call-center.

Sì, proprio così. I messaggi che i tanti maschietti scrivono nei siti di incontri, pensando di chattare con queste donne, finiscono ad un server centrale che smista i messaggi e che li inoltra ai vari operatori di un call-center.

Ad ogni operatore arrivano dei messaggi ai quali lui (operatore) risponde. Non è sempre lo stesso operatore a rispondere a quell’utente e questo per ovvi motivi: l’operatore non può essere al lavoro (perché questo è un lavoro), 24 ore su 24, ma ad un certo punto stacca e ci dovrà essere chi garantisce continuità alla messaggistica, ecco il perché del ricircolo continuo dei operatori.

Ci si potrà chiedere come fa quindi l’utente a non percepire l’inganno, dato che non c’è sempre una stessa persona a scrivergli. Semplice: in una finestra a fianco della chat, l’operatore di turno segna i punti salienti emersi nella chat con quella persona, come ad esempio la rivelazione di un litigio con la moglie o la richiesta di incontrarsi, in modo tale che l’operatore successivo non debba perdere tempo a rileggere la cronologia della chat svolta finora, ma solo i punti salienti schematizzati, e allo stesso tempo non riproponga all’utente domande già precedentemente poste. Tutto ciò porta l’utente a percepire una continuità e coerenza nello scambio comunicativo via chat.

La “formazione” degli operatori

Questi operatori vengono formati velocemente seguendo un tutorial e i loro messaggi vengono supervisionati per un “controllo qualità”.

È fondamentale che l’operatore sia in grado di agganciare e tenere agganciato il cliente, facendo in modo di instaurare, “meccanicamente”, seguendo determinate indicazioni, una “dipendenza” del cliente dal Servizio.

Ad esempio, agli operatori viene anticipato che il cliente potrebbe scrivere i propri dati personali, o dare i suoi riferimenti per essere contattato. Partendo dal presupposto che l’operatore non può visualizzare quei dati privati, data la legge sulla privacy, non può dirlo al cliente al quale dovrà rispondere facendo altre domande e in ogni caso cogliendo la richiesta del cliente ma deviandola.

All’operatore viene chiesto di non copiare e incollare i messaggi e di rispondere a tutte le domande del cliente, anche a quelle “scomode” (come appunto quelle volte a vedersi, sentirsi, ecc), questo allo scopo di far percepire la conversazione come “autentica”. Ciò non sarebbe possibile se a rispondere fossero dei bot, ovvero software di messaggistica automatica, che non sempre sono in grado di cogliere le richieste del cliente, dandogli risposte standardizzate. Questo comporterebbe una tensione nello scambio online, da parte del cliente, che non si sentirebbe “visto” per quelle che sono le sue richieste e che si potrebbe sentire preso in giro.

Ecco perché è importante che l’operatore segua delle istruzioni per far apparire la conversazione veritiera, ad esempio mantenendo la conversazione attiva attraverso risposte di qualità, “scrivendo almeno 150 caratteri a messaggio”, o rispondendo a “tutte le domande” del cliente.

Un altro consiglio all’operatore è di porre domande di tipo aperto e non chiuso. Tenendo presente che l’obiettivo del Servizio è di guadagnare facendo in modo che il cliente scriva più messaggi, è necessario che l’operatore tenga incollato il più possibile il cliente alla chat. Le domande aperte (Cosa hai fatto oggi? Cosa mi racconti? Mi racconti la tua storia?) sono ottimali a questo scopo perché sollecitano varie possibilità di risposta, a dispetto delle risposte laconiche e stringate che la domanda chiusa suggerisce (“Come stai?” – “Bene/Male”; “Come è stata la tua giornata?” – “Positiva/Negativa”, “Bella, Brutta”). Inoltre, la possibilità di coinvolgimento a livello psicologico aumenta nettamente con una tipologia di scambio aperto, che permette una condivisione di molti più contenuti.

Entrare nella vita del cliente e instaurare con il cliente un rapporto di fiducia è fondamentale perché a lungo andare è ciò che consentirà al Servizio di bypassare certe richieste del cliente che inevitabilmente farà (vedersi, incontrarsi, sentirsi telefonicamente a voce, passare ad altri sistemi di messaggistica, come whatsapp).

Sempre fra le regole per una “comunicazione di qualità”, all’operatore viene chiesto di fare al cliente un sacco di complimenti e di essere gentile. Perché questo? Lo sappiamo, tutte le persone amano i complimenti e la gentilezza! Ricevere un complimento significa sentire che l’altro ci sta dando un valore e i clienti di questo Servizio, che ricordiamoci, si stanno interfacciando da dietro uno schermo, hanno bisogno di sentirsi riconosciuti nel loro valore, più di altri.

Un elemento da non tralasciare, e che è molto frequente nelle conversazioni via chat, è l’invio di foto da parte dell’utente (foto spesso di tipo erotico o anche del proprio viso, o di un cose appartenenti alla propria quotidianità). L’invio di foto crea psicologicamente un incastro con l’interlocutrice/operatore, perché con lei/lui c’è stata una condivisione di qualcosa di molto intimo (la foto del proprio corpo, la propria eccitazione, la propria vita “reale”).

Le parole incastrano, ma quando le parole si concretizzano, quando si fanno realtà attraverso le foto, il legame diventa maggiore e più coinvolgente il tipo di relazione. Quello che l’utente del Servizio pensa inconsciamente, è: “Questa donna mi conosce, mi ha visto, sa come sono fatto e mi apprezza per questo”. E gli utenti, di quell’apprezzamento, ne hanno enorme bisogno.

Anche l’operatore invia al cliente qualche foto della donna-profilo che sta impersonando, ma questo avviene molto di rado (il server ha a disposizione qualche foto diversa per ogni donna) e spesso viene fatto nel momento in cui il cliente manifesta una tensione che lo porterebbe a chiudere la conversazione (una sorta di contentino).

Insomma, questi sono solo alcuni dei suggerimenti che vengono dati all’operatore del call-center prima di rispondere ai primi messaggi che riceve. Se l’obiettivo è guadagnare, e questo è possibile mantenendo i clienti nel circolo della chat, il cliente deve essere coinvolto, giungendo a confondere il Servizio dei Siti di Incontri con la possibilità reale di costruire una relazione.

Le indicazioni che vengono date agli operatori sono quindi una sorta di “regole all’empatia”: gli operatori devono mostrarsi interessati, coinvolti, autentici, così che il cliente stesso possa mettere in gioco queste dinamiche e rimanere agganciato al Servizio.

Scopriamo come tutte queste indicazioni possono essere messe in atto in un velocissimo scambio simulato tra cliente e operatore (l’immaginaria “donna single”):

Conversazione simulata:

  1. CLIENTE: Ciao tesoro, perché non passiamo a scriverci su whatsapp? Qui si continua a spendere. Questo è il mio numero 348*******.
  2. DONNA (in realtà operatore del call-center): Eccoti finalmente! È vero che si spende qui, anche a me pesa, ma preferisco che continuiamo ancora per un po’ a scriverci qui perché qui siamo più protetti e non si sa mai che maniaci ci sono in giro. Porta pazienza ma ho bisogno di conoscerti meglio! Cosa hai fatto di bello oggi? Dimmi qualcosa di te!
  3. CLIENTE: Va bene, capisco, ma guarda che io sono proprio come mi stai conoscendo. Però fai bene ad essere cauta, si vede che sei una con la testa sulle spalle! Casomai ci organizziamo anche solo per bere un caffè insieme, io sono a Roma proprio domani.
  4. DONNA-OPERATORE: Sì! Preferisco fidarmi al 100% prima di incontrare qualcuno! Anch’io ho tantissima voglia di vederti, mi stai piacendo così tanto!!! Però lo sai che sono sposata e la gente mi conosce, non riuscirei mai ad essere tranquilla al bar con un uomo, ancor di più se ci sei tu di fronte a me! Cosa fai a Roma domani? Impegni di lavoro, oppure altro?
  5. CLIENTE: Domani sono qui per un meeting aziendale, non ho molta voglia però, per questo speravo almeno di vederti. Ti desidero tanto (INVIO FOTO EROTICA).
  6. DONNA-OPERATORE: Sei stupendo!! Quanto vorrei sentirti dentro di me [e altre cose più spinte e dirette a sfondo sessuale].

Vediamo un po’ nel dettaglio questo scambio. Riprenderò i messaggi (1.,2., 3., 4., 5., 6.) senza riportarne il testo.

Analisi della conversazione simulata

  1. Consideriamo che il cliente che dà i suoi riferimenti, i suoi dati personali, consciamente e inconsciamente vuole instaurare con la sua “interlocutrice” un rapporto più profondo, che permetta di uscire da quello imposto dal Servizio.
  2. “Eccoti finalmente”: con quel “finalmente”, l’operatore sta comunicando al cliente che lo stava aspettando, che era in attesa proprio di lui. Accoglie la sua proposta di sentirsi telefonicamente ma giustifica il non sentirsi dando una motivazione valida (la privacy maggiore). Conclude con due domande aperte, per recuperare e far crescere la condivisione.
  3. Il cliente, di fronte alla risposta dell’operatore, non si innervosisce ma anzi, comprende la sua giustificazione, trovandone anche un lato positivo e di valore . Ritorna però all’arrembaggio chiedendo di vedersi dal vivo.
  4. L’operatore rinforza il cliente rispetto al desiderio ricambiato di incontrarsi ma di nuovo pone un limite “reale” (il marito). In ogni caso riconferma il valore del cliente (“ancor di più se ci sei tu di fronte a me!”) e di nuovo conclude con una domanda aperta, legata ad un’informazione che il cliente aveva precedentemente scritto.
  5. Ulteriore aggancio e provocazione (“speravo almeno di vederti”) e invio di foto erotica, un po’ come a dire “Siccome mi stai dando buca su tutto, almeno appaga questo mio bisogno di essere visto e confermato nel valore”.
  6. Complimento che veicola valore e viraggio verso contenuti sessuali che nelle chat sono quasi sempre estremamente espliciti ma che io qui non ho riportato (potete lavorare di fantasia).

Proviamo a pensare che questo tipo di scambi sia mantenuto per mesi, mesi e mesi, senza arrivare mai ad un incontro reale. Perché? Cosa porta le persone a rimanere nel circolo della chat, “accettando” di stare dietro allo schermo del proprio cellulare?

Il parere psicologico: come mai si cerca e si rimane avvinghiati al sistema “chat”?

Nella chat, chi scrive non incontra la realtà dell’interlocutore/l’interlocutrice e non si lascia incontrare per quello/a che è, con la propria fisicità, i propri modi di essere, di porsi, di muoversi, ma anche di pensare, di parlare, di esprimersi con un certo volume e tono della voce, con una propria mimica, con le proprie pause, con i propri sguardi.

Uno schermo funge da muro rispetto al contatto con la realtà, che viene alterata e deformata. Questa trasformazione della realtà riguarda entrambi i protagonisti della comunicazione:

  • l’interlocutore, la cui immagine si arricchisce e costruisce sulla base delle proiezioni mentali dell’altro;
  • l’immagine di se stessi, poiché nel virtuale si ha la possibilità di mostrarsi con abiti diversi, di manifestare la parte migliore di sé o anche di mettere in gioco parti e aspetti che non appartengo a sé ma che si vorrebbe tanto fossero propri. Spesso si ha un ideale dell’Io, un’immagine di sé, a cui si vuole volgere e il virtuale consente di mascherarsi, di creare una realtà (virtuale) in cui poter fingere di essere ciò che non si è (i nickname o l’anonimato consentono questo).

Questa storpiatura dell’altro avviene normalmente e fisiologicamente anche nella fase dell’innamoramento, ma se nella vita reale allo step successivo all’innamoramento si arriva inevitabilmente, frequentandosi, conoscendo l’altro, vedendo e vivendo i suoi modi di fare e di essere, nel virtuale il salto alla possibilità dell’incontro con i “difetti” dell’altro è molto più lontano, elemento questo che giustifica il perché dell’invischiamento dei clienti per mesi e mesi, in questo tipo di Servizi.

Innamoramento e amore, nella vita reale e nel virtuale

L’immagine mentale che ci si crea dell’altro (anche nella quotidianità, casomai perché lo si è incontrato in un locale o perché si è vista l’immagine-profilo in Facebook), nel corso della conoscenza concreta, si avvicina sempre di più all’immagine reale dell’altro permettendo ai due protagonisti di poter giungere al “mi piace” o “non mi piace”.

Si può parlare di amare l’altro, e non solo di esserne innamorati, quando si riesce a vedere l’altra persona per quello che è, accettando e comprendendo nell’immagine che di lei ci si è fatti, anche i suoi lati ombra, i difetti, i nodi, il non essere completamente aderente alle proprie aspettative ma, nonostante questo, di desiderarla comunque nella propria vita.

Nella chat questo passaggio dall’innamoramento all’amore non avviene, proprio perché la realtà non viene mai incontrata e si rimane perennemente in uno stato acceso di interesse, di fantasia, di “cotta”. È proprio questo stato di “cotta”, ovvero il non avere contatto con la realtà, a incastrare il cliente che protrae per mesi le conversazioni nei Siti di Incontri, senza arrivare mai a conoscere davvero, vis-à-vis, la sua interlocutrice.

D’altronde, chi glielo fa fare di rinunciare a questo turbinio di emozioni?. di “farfalle nello stomaco”?

La radice dell’incastro nelle relazioni virtuali

Ma la vera domanda è: perché questi clienti, uomini adulti, dopo due, quattro, sei mesi di conversazioni virtuali, accettano (con più o meno turbamento), di rimanere nel circolo della chat a pagamento?

Perché c’è un grande conflitto tra il desiderio di conoscere l’altro per la sua e propria realtà, e il voler mantenere l’immagine che ci si è fatti dell’altro (e che di sé si ha dato all’altro)… e alla fine si rimane agganciati al Servizio perché a vincere, in questo conflitto, è la paura di perdere ciò che si è creato in fantasia.

Spesso, alla base della scelta di frequentare Siti di Incontri, c’è una fragilità rispetto al vivere i legami ma anche rispetto a se stessi. In questo persone non è tollerata la possibilità di incontrare una persona concreta, con la consapevolezza del possibile rischio che deriva da qualsiasi incontro (illudersi, rimanere delusi, feriti). Spesso il cliente ha una bassa autostima e difficoltà nella sfera affettivo-relazionale.

Può capitare che ci si avvicini al mondo delle chat per sfuggire dai problemi reali o dalla solitudine, creando una situazione fittizia, serena, fuori dai problemi.

La relazione via chat, quindi, ha due elementi positivi per cui viene ricercata e mantenuta:

  • allevia, anzi, annulla l’ansia che inevitabilmente accompagna il confrontarsi realmente con l’altro;
  • funge da compensazione di bisogni profondi: quello di ricevere valore, interesse, di sentirsi “pensati”, desiderati… peccato, però, che questa compensazione sia solo apparente, effimera, e, così come il rapporto virtuale stesso, svanisce alla prima disconnessione, lasciando un profondo vuoto dentro.

Certo, non si può non tenere a mente la complessità delle dinamiche psicologiche che guidano la nostra vita e non sarebbe corretto fare di tutta l’erba un fascio.

In generale, però, possiamo considerare che un buon equilibrio psicologico della persona sia il rimedio per non incappare in questo tipo di situazioni..

RISVOLTI

Se questa situazione si ripropone per mesi, il rischio è che la persona si dia come unica possibilità di relazione, quella di costruirsi un mondo alternativo in cui vivere, scappando inevitabilmente da quello reale, dalle proprie relazioni e anche dall’eventualità di farsi incontrare, conoscere e aprirsi ad altre persone, fisicamente esistenti.

Vivere nella fantasia, a lungo andare, significa rimanere bloccati. Infatti, con una relazione esclusivamente via chat, per quanto profonda sia, non si convive, non ci si sposa, non si avranno figli e, banalmente, non si mangia, non si dorme, non si sta mai con una persona concreta, fisica, vera. E allo stesso tempo, per quanto la si possa sentire “vicina”, non si verrà accarezzati da lei, abbracciati, guardati, scaldati; non ci saranno mai quel sorriso o quell’occhiolino ricevuti perché l’altra ha semplicemente notato una nostra espressione nel volto.

Alla fine si è soli.

Profondamente e angosciosamente, soli.

Si rimane incastrati in un via-vai di proiezioni che nulla hanno a che vedere con le autentiche relazioni, perché a vincere non è il desiderio di conoscere l’altro e farsi conoscere, ma la paura della realtà: essere rifiutati, rimanere delusi, non piacere, essere impacciati, avere dei blocchi sessuali (cosa che nelle chat, “chissà perché”, non si manifesta mai quando, invece, non sarebbe irreale aspettarsi persone con disturbi nella sfera sessuale, come problemi di erezione o ansie da prestazione).

DIPENDENZA DA CHAT

Si può parlare di Dipendenza da chat, Cyber-Relational Addiction o Chat Addiction (appartenente al quadro dell’Internet Addiction Disorder – IAD) nel momento in cui c’è una reale compromissione rispetto all’area sociale, lavorativa, affettiva, familiare, per la necessità di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete, trascurando gli impegni della vita reale e sentendosi totalmente incapaci di interrompere volontariamente l’utilizzo del web e quindi di mettere fine a questa modalità di comunicazione. Le relazioni online diventano rapidamente più importanti dei rapporti nella realtà con la famiglia e con gli amici reali.

C’è la possibilità di uscire da questa dipendenza?

Assolutamente sì, intraprendendo un percorso di psicoterapia ed eventualmente, qualora la situazione lo richiedesse, venendo supportati da una terapia psicofarmacologico temporanea. Peccato che spesso, come tutte le dipendenze (alcool, droga, gioco), anche di fronte all’evidenza reale di perdere un’infinità di soldi (nei siti di incontri) o di trascurare fino a lasciar andare le proprie relazioni reali (coniugali, amicali, lavorative), si è nell’incapacità di riconoscere la gravità della situazione che quindi viene segnalata da chi ruota attorno al “dipendente”, piuttosto che dal dipendente stesso.

© DR.SSA ILARIA CADORIN

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