“NON DI SOLO PANE”. Educare i figli ai giorni nostri. Incontro con il Prof. Pellai

Il terzo incontro consecutivo organizzato dall’Assessorato alle Politiche Familiari del Comune di Montebelluna (TV), si è confermato essere un appuntamento desiderato da molti e ciò è stato evidente dal sold-out in sala (ben 250 posti occupati!). Non potevo ovviamente mancare, considerando, come sapete, quanto la mia attenzione per questa fascia di età sia viva e di pieno interesse, vista la mia professione di psicologa non solo dell’età adulta ma anche dell’età evolutiva (dall’infanzia all’adolescenza).

Questo incontro è stato pensato per i genitori e, in generale per gli educatori, partendo da un presupposto: “ci vuole un villaggio per crescere un bambino” (come recita il famoso proverbio africano).

Ed eccoci qui, insieme, a parlare proprio insieme di “figli” (e quanto è rassicurante vedere in quanti eravate, tra genitori, insegnanti, nonni e colleghe!).
Parto da una premessa: conoscevo il collega Pellai per i suoi libri, che ho letto e che spesso consiglio ai genitori che si rivolgono a me per affrontare questioni educative relative ai figli. Di persona però era la prima volta che lo incontravo e sono rimasta molto colpita dal mix raro che si percepisce in un professionista: una solida teoria dell’educazione e della psicologia evolutiva che si mescola, amalgamandosi totalmente, con un’esperienza concreta di marito e padre di 4 figli, ora preadolescenti-adolescenti. Mi è ancor più chiaro quindi il motivo del suo successo, non solo in una buona Psicologia, ma soprattutto in un modo di raccontarla e presentarla concreto, reale, fatto di vita, di battaglie, di frustrazioni, ma anche di continue messe in gioco come genitore.

pellai educare

Il focus di questo incontro non è stata l’educazione intesa come il provvedere alle cure fisiche verso il figlio (quel “non di solo pane” che è stato posto come titolo del presente articolo). Non c’è da stupirsi che questa sottolineatura; basterebbe infatti tirare indietro l’orologio di una ventina d’anni per rendersi conto di quanto non fosse assolutamente necessario e comune pensare al figlio come bisognoso di chissà quali cure emotive e, di conseguenza, di chissà quale educazione-emotiva e affettiva.

Oggi però un’educazione non può prescindere da questi temi: non è sufficiente fermarsi alla cura fisica del figlio ma anche e soprattutto occuparsi della cura emotiva, fatta di continue scelte educative adeguate.

A proposito di scelte “educative”, al giorno d’oggi è “naturale” vedere nei locali, in metropolitana, nei vari contesti di vita sociale, una abituale “scelta” che i genitori fanno per nutrire i propri figli: di fronte alle loro lamentele e pianti è tristemente frequente assistere al passaggio del cellulare dalle mani degli adulti a quelle dei piccoli.

Fermiamoci però a riflettere. Se il figlio piange significa che sta comunicando un bisogno: può essere che non si senta guardato, che si annoi, che provi un disagio a livello fisico. La risposta del cellulare che viene dato al bambino appare al piccolo e ai genitori come una risposta magica, che cattura il bambino e che solleva immediatamente i genitori dalla frustrazione, dando fine a quel fastidioso pianto. Questo accade perché il cellulare è uno strumento potentissimo, estremamente stimolante e attivante. Succede però che più i genitori scoprono che il cellulare tiene tranquillo il figlio, più si genera un circolo che rende il figlio dipendente da quell’oggetto, senza mai risolvere il motivo inziale del disagio, manifestato nella lamentela o nel pianto.

Il genitore non va oltre, non si domanda “perché” mio figlio piange, cosa c’è che non va. Semplicemente, consegna al figlio un rumore più forte che copre quello che il bambino sente dentro. Così facendo, quel bisogno di fondo non viene mai soddisfatto, né tanto meno ascoltato, restando irrisolto.


Il bambino, in tal modo, impara a non-risolvere i suoi bisogni all’interno di una relazione con una persona che dovrebbe fargli da allenatore della vita (il genitore), ma mette il bisogno da parte, rimpiazzando sopra al suo bisogno qualcosa che copra totalmente l’ascolto di sé e, di conseguenza, la ricerca di una adeguata risposta a quel disagio.
Se il compito del genitore è assumere su di sé la fatica che il bambino non regge in quel momento della sua vita (per una logica immaturità psicofisica e posizione di dipendenza totale dal genitore), sta al genitore prendere la fatica del figlio, la sua frustrazione, elaborarla, digerirla e restituirgliela all’interno di una relazione, nella quale il figlio si possa sentire amato, sicuro, protetto.

Tutto questo processo farà sentire il figlio davvero pronto per la vita, lo preparerà ad affrontare le varie situazioni che gli capiteranno, dimostrandosi capace di dare ai suoi vissuti un nome, di inquadrarli e di poterli risolvere. Se, invece, un genitore non permette al figlio di allenarsi a questo ascolto e alla risoluzione delle sue frustrazioni, sarà inevitabile ritrovarsi, con il passare degli anni, di fronte ad un figlio incapace di esprimere ciò che prova a livello di emozioni, ma semplicemente (e immaturamente) in grado di segnalarle con richieste fisiche (comportamenti aggressivi, incapacità di socializzare e integrarsi con gli altri, in difficoltà nell’affrontare i vari turbamenti naturali e fisiologici a cui la vita mette di fronte, ecc). In pratica, questo bambino, poi adolescente e adulto, mancherà di quegli elementi fondamentali di elaborazione delle sue sensazioni, proprio perché non ha mai imparato a farlo.

Questi saranno i NON-strumenti che i suoi adulti di riferimento – i genitori – gli avranno trasmesso.

Proseguendo la sua esposizione, il Prof. Pellai introduce poi uno spezzone dal film Cinderella man. Una ragione per cui lottare (2005), nel quale un bambino compie un’azione trasgressiva (ruba un salame) e incontra però, dalla parte dei suoi adulti di riferimento, un padre che offre una sana risposta educativa, pur vivendo egli stesso, in prima persona, i suoi drammi (non trova lavoro e non ha i soldi per pagare il cibo). Nel film, il padre si pone interiormente una domanda fondamentale: “Cosa è successo in mio figlio da portarlo a fare una cosa che non aveva mai fatto prima?”. Molti padri proverebbero vergogna, urlerebbero e criticherebbero il figlio, scivolando non di rado in frasi che poi rimangono impresse come un marchio sul cuore: “Non ti riconosco come figlio. Tu non sei mio figlio. Non è questo ciò che ti ho insegnato. Sei una delusione” (frasi che molti miei pazienti in studio mi hanno riportato rispetto alle loro vicende familiari passate).

Questo padre interviene immediatamente sull’errore commesso dal figlio, (gli fa riportare il salame in macelleria); non glissa, non posticipa, non sorvola, ma nemmeno giudica.

In un secondo momento, dopo questa azione riparativa, camminando con il figlio per mano (mantenendo, cioè, una vicinanza fisica) genera uno spazio di ascolto che permette al bambino di rivelare l’origine del suo gesto: il padre si accovaccia, rimanendo con lo sguardo allo stesso livello del figlio e con voce calma gli domanda come mai avesse compiuto quel gesto.

In questa disponibilità e apertura del padre verso il figlio, quest’ultimo può liberamente rivelare l’origine del suo gesto: la paura di essere mandato via dalla famiglia per la mancanza di cibo, così come era successo ad un suo amico (il film è ambientato durante la Grande Depressione americana). A questa rivelazione segue una promessa che entrambi si scambiano (senza mascherare alcuna forma di ricatto): “Promettimi che non ruberai mai più. E io ti prometto che non ti manderemo mai via di casa”. Il padre lo aveva rassicurato: non ti manderemo mai via di casa, ce la faremo. La scena si conclude con il pianto del bambino, espressione del totale rispecchiamento che il padre gli aveva offerto: lo aveva visto, dietro al gesto trasgressivo il padre aveva visto cosa si stava muovendo.

In questo spezzone del film c’è la dimostrazione di un genitore che, prima di agire e senza urlare e giudicare, offre al figlio alcuni fondamentali strumenti di relazione: lo sguardo, la voce ferma ma sicura, una scelta di parole adeguata, e il corpo presente, vicino, senza lasciare e far sentire il figlio abbandonato (quanti genitori, quando sono arrabbiati, tengono il broncio per giorni – non minuti ma GIORNI – ? Quanti si allontanano dal figlio fisicamente, non guardandolo e facendo realmente finta che non esista di fronte a loro, mentre sono in preda della loro rabbia e sofferenza?).

Ecco quindi alcuni strumenti di relazione che i genitori dovrebbero tenere ben presenti:

  1. Guardami: quanto mi guardi tu mamma, tu papà? Mi presti i tuoi occhi, la tua attenzione? Sono prezioso ai tuoi occhi?
  2. Parlami: quali parole usi, mamma/papà, per parlare A me, CON me e PER me?
  3. Stammi vicino: soprattutto quando i figli sono piccoli, la vicinanza fisica è fondamentale, considerando che è necessario abituare i figli, con la crescita, a spazi di autonomia e dimostrandosi flessibili e capaci nel modificare quella vicinanza in base all’età e fase di vita del figlio. Molti genitori faticano a capire quale sia la collocazione dei figli: quale vicinanza mantenere? Nella mia pratica clinica è capitato più volte che genitori mi riportassero l’abitudine (e il piacere) familiare di avere il figlio di 8 anni ancora sul lettone o la situazione in cui la madre dorme con il figlio 12enne e il padre sul lettino nell’altra camera. Ma la distanza ha anche a che fare con la capacità di lasciare i figli fiduciosamente ai campi-scuola senza ossessionare gli animatori con la richiesta di foto e telefonate.

Con la crescita, essere vicini ai propri figli non significa stargli “fisicamente” affianco, ma essere in grado di rimanere vicini con il pensiero, con le autentiche attenzioni. Un figlio chiamato a 11 anni “patatone”, ma che poi è abbandonato a se stesso con il cellulare, non è un figlio che si sta tenendo “vicino”. Poi si scopre che passa ore a visionare materiale pornografico!

Oggi abbiamo a che fare con una reale emergenza educativa. Risulta però strano che, se si parla di “Coronavirus” e di “incendi in Australia”, in molti si preoccupino e si attivino; diversamente, la constatazione che i propri figli sono nel baratro della solitudine e del rischio evolutivo NON è vista come una reale emergenza…

L’accesso incontrollato dei giovani al virtuale e all’abbondante materiale pericoloso per loro, nel senso che non è (per la loro immaturità psicofisica) integrabile in un “senso”, dovrebbe aumentare ancora di più l’allarme e la domanda martellante che dovremmo avere in testa dovrebbe essere: di cosa si stanno nutrendo i nostri figli? che potremmo anche formulare in “cosa stiamo accettando di dare ai nostri figli? Di quale cibo tossico per la mente e lo sviluppo siamo diventati passivi fornitori?

Rispetto alla sfida trasgressiva, se l’adolescente lo mette in atto senza tanti scrupoli, il preadolescente inizia a compierla mostrandosi palesemente impacciato: da un lato, è ancora “bambino”, sa, sente che è una cosa che non si dovrebbe fare, ma dall’altro lato, quello del ragazzo che tende all’adolescenza, ha tutto il desiderio e la curiosità di andare-oltre. Nella vita reale, quando un preadolescente sta per visionare nel suo smartphone del materiale inadatto alla sua età, si guarda attorno mille volte per tenere sotto controllo l’adulto, per non essere sgamato. In quel controllo verso il genitore c’è, però, anche un’implicita richiesta: “Ehi tu, mamma, papà, mettimi le regole, io non sono in grado di auto-regolarmi da solo!”. Succede, tuttavia, che spesso questo genitore o non arriva mai (è concretamente fuori casa) oppure e non è in grado di far fronte a quella trasgressione in maniera educativamente adeguata (si può sentire imbarazzato, impacciato, privo di strumenti). In quei casi, se si scova il figlio coprire totalmente il suo schermo impedendone al genitore la vista, è utile che questi non rimandi a qualche altra figura educativa la risoluzione di ciò che da quel comportamento sembra emergere come problema (il padre alla madre e viceversa), ma si assuma la responsabilità di ciò che sta accadendo: “Ok, stai guardando qualcosa che pensi io non debba vedere, che ritieni possa non trovarmi d’accordo. Guardiamo insieme questo materiale, ho lo stomaco forte. Non mi spavento. Poi capiamo insieme ciò che hai di fronte”. Questo atteggiamento vale sia per il materiale virtuale sia per la musica (dato che in questi giorni si sta tanto/troppo parlando del testo proposto da Junior Cally a Sanremo).

Occorre che i genitori siano sempre più in grado di assumersi una responsabilità educativa nei confronti dei propri figli e ciò non significa altro che “nutrire”: i genitori sono responsabili della sopravvivenza dei propri figli, mentre danno loro se stessi come cibo nutriente, necessario per una crescita sana. Poi il mondo ci metterà il suo, è certo e inevitabile. Ma a gettare nel terreno della vita i primi e fondamentali semi buoni saranno sempre i genitori.

TRE QUALITÀ DEL GENITORE – BUON EDUCATORE

In chiusura, il Prof. Pellai sintetizza tre aspetti che ritiene prioritari nell’acquisizione da parte del genitore del ruolo di educatore:

1. Essere testimoni: che passione abbiamo noi adulti per la vita? Se un adolescente vede i suoi genitori tornare da lavoro sempre stressati e frustrati, quale immagine gli verrà restituita della vita da adulti? È forse questo “essere adulti di valore”? È per questo che il giovane dovrebbe smazzarsi, studiare, impegnarsi…? E ancora, i genitori che sono stremati dai loro figli preadolescenti-adolescenti, danno loro anche riconoscimento e valorizzazione o continue e costanti critiche?

2. Concretamente, cosa fanno i genitori per essere esempio per i loro figli? Dare esempio non significa “essere esemplari” perché anche noi adulti ci trasciniamo con noi i nostri errori. Quante volte capita però che un genitore riconosca e ammetta di fronte ai figli di aver sbagliato? Chi di voi, dopo uno sfogo esagerato e fuori controllo, ha mai pronunciato al proprio figlio: “Ieri hai visto la peggior versione di me, se potessi tornare indietro per riscrivere la storia lo farei, ma non è possibile, spero non succeda mai più”. Si è subito pronti a giudicare i figli quando in primis si è incapaci di assumersi il controllo e la responsabilità della propria vita e delle proprie scelte. È necessario riflettere su ciò che si fa in prima persona. Altri esempi: discutiamo con i figli per ciò che postano nei social quando noi postiamo foto personali e di loro; ci arrabbiamo perché i figli fanno cyberbullismo ai loro compagni in whatsapp, quando noi genitori insultiamo il mister della squadra di nostro figlio per le scelte fatte in campo oppure insultiamo i genitori dei compagni di scuola nel gruppo whatsapp della classe. Per dare l’esempio dobbiamo innanzitutto avere più autocontrollo; litighiamo con il figlio per l’uso incessante del cellulare e poi quando siamo in casa non siamo capaci di scollarci da computer, cellulare, televisione….

3. Essere risolti: quanti genitori continuano a sentire vivi dentro di sé problemi, ferite e traumi antichi che nulla hanno a che vedere con i loro figli ma, semmai, con il loro essere stati figli? Essere in grado di prendersi cura di ciò che non ha funzionato in passato è RESPONSABILITÀ del genitore.

È ovvio e sano che i figli chiedano i prodotti del Paese dei Balocchi, ma è indiscutibile che i genitori debbano mettere dei limiti e decidere quale “cibo” dare loro. I figli ci domandano migliaia di cose che secondo loro li fa stare bene, purtroppo però la maggior parte di queste cose li fa stare-bene ma non gli fa-bene. E di fronte ai “no” che aiutano a crescere non si è “amabili” per i propri figli. No, si deve accettare, come genitori, di avere il figlio contro per qualche minuto, ora o giorno, però questi limiti sono fondamentali per lui e possono essere da lui accettati se sono accompagnati da un contorno già preparato nel corso della vita insieme, fin dalla prima infanzia, avendo dedicato ai propri figli affetto autentico, cura, attenzioni, presenza, dedizione, e tempo non solo quantitativo ma anche qualitativo.

Il Prof. Pellai ha terminato l’incontro leggendo la lettera che lui stesso ha scritto al figlio in occasione del suo 18º compleanno, lettera che qui riporto integralmente, perché merita di essere letta e meditata (la potete trovare nel libro A. Pellai, “Da uomo a padre. Il percorso emotivo della paternità”, Mondadori, 2019).

Quando sei arrivato di te non sapevo niente.
E anche di me sapevo pochissimo.
Ti ho guardato e mi sono interrogato.
Chi eri tu per me?
Chi ero io per te?
Più ti guardavo, più mi confondevo.
Sei stato gioia e paura. Tutto insieme. 
Poi ti ho guardato meglio. È vero. Di te non sapevo niente. Di me sapevo poco. Ma potevo imparare. E tu mi potevi insegnare.
Mi sono messo in cammino. Tu maestro. Io allievo. A volte riuscivo bene. A volte così così. Ma tu sei stato paziente. E alla fine imparare da te è stata la scuola più bella che potessi frequentare.
Quando mi stringevi la mano e mi dicevi: «Papà vieni», ho imparato la felicità. Quando cantavo la ninna nanna per addormentarti, ho imparato la pazienza. Quando mi aspettavi alla stazione, mi hai insegnato la gioia del ritorno a casa. Quando sei guarito dopo essere stato in ospedale, mi hai insegnato la speranza.
E poi grazie per il dono della tenerezza. Io non sapevo che cosa fosse. Ma la sera in cui i tuoi piedini entravano a mala pena in quelle ciabattine di pelle blu, io ti ho trovato così tenero e perfetto che terrò per sempre quell’immagine nel mio cuore. 
E poi grazie perché anche se non ho mai imparato a giocare quasi a niente, con te ho inventato il gioco dei livelli in piscina, il nostro gioco. Che è diventato il gioco di tutte le estati, con i tuoi fratelli e sorelle. 
E poi mi hai insegnato, crescendo, che non si deve essere uguali per andare d’accordo. E che si può litigare, sentendo male, ma senza farsi male davvero. Perché alla fine dei nostri litigi, non ci sono ferite da medicare. E non ci saranno cicatrici da portarsi addosso. 
Non le sapevo tutte queste cose. Ma tu me le hai insegnate. Non so se le ho imparate bene. Ma ora so almeno di quali ingredienti è fatta la ricetta della felicità.
Ti scrivo queste parole proprio nei giorni in cui tu sei diventato maggiorenne. Ora non posso più frequentare la tua scuola. Perché tu non sei quasi mai in aula. 
Però quello che mi hai insegnato cerco di non dimenticarlo più. E ogni giorno lo ripasso dentro di me. Come una poesia a memoria che impari da bambino e poi non te la dimentichi più.
Sei diventato maggiorenne dall’altra parte del mondo. Io qua. Tu là. Ci siamo fatti gli auguri via WhatsApp. Poi ci siamo visti su uno schermo. E il cuore mi batteva forte. Proprio come il giorno in cui sei nato.
Ecco, figlio mio. Mi hai insegnato come si fa a far battere forte il cuore. Anche se sei dall’altra parte del mondo, mi abiti dentro. E ogni tuo ritorno sarà festa. Così come ogni tua partenza.
Perché ti ho dato radici affinché ti spuntassero le ali.
E non c’è niente che mi rende più orgoglioso e felice che vederti volare.
(Tratto da : “Da uomo a padre. Il viaggio emotivo verso la paternità” di A.Pellai, Mondadori Ed., in uscita il 2 aprile 2019)
Quando mio figlio ha compiuto 18 anni era dall’altra parte del mondo. Gli ho scritto una lettera. Il nostro viaggio insieme, in quel momento, era arrivato ad un traguardo molto importante. Che rappresentava una nuova partenza. Ho sempre invitato i papà a lasciare tracce scritte al proprio figlio. Parole che sopravvivranno a noi e che rimarranno come segni tangibili dell’unicità di una relazione che per noi uomini è la più importante di tutte. Parole che spesso, da figli, i nostri padri non ci hanno detto e tantomeno scritto. In questo giorno in cui si celebra la paternità, io condivido la mia con voi con lo scritto che ho inviato a mio figlio (che mi ha autorizzato a farlo). Questa lettera chiuderà il libro dedicato alla paternità, che uscirà per Mondadori il 2 aprile, un libro intitolato: “Da uomo a padre. Il viaggio emotivo verso la paternità”. Un libro in cui ho cercato di raccontare le trasformazioni emotive che accompagnano un uomo nel suo passaggio a padre. Un libro che aiuterà gli uomini che stanno per diventare padri e quelli che lo sono già, ma anche le donne che vivono al loro fianco, per aiutarle a capire che cosa succede nella mente e nel cuore di un uomo che diventa papà. 
In questa giornata dedicata ai papà, invito a condividere questo testo con più padri possibili. E propongo ai papà di scrivere una lettera al proprio figlio. Da consegnare magari il giorno in cui quel figlio diventa maggiorenne.

© DR.SSA ILARIA CADORIN
Psicologa n°9570 Albo Psicologi del Veneto
www.ilariacadorin.com

ILARIA CADORIN

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 Instagram:  ilariacadorinpsicologa

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